Rinuncia al Ricorso in Cassazione: Attenzione ai Costi!
La decisione di presentare un ricorso in Cassazione è un passo delicato nel percorso processuale, ma altrettanto importante è la scelta di ritirarlo. Una recente ordinanza della Suprema Corte chiarisce un punto fondamentale: la rinuncia al ricorso in cassazione non è un’azione priva di conseguenze economiche. Anche se comunicata tempestivamente, questa scelta non cancella le spese già generate né mette al riparo da ulteriori sanzioni pecuniarie. Analizziamo insieme questa pronuncia per capire le sue implicazioni pratiche.
I Fatti del Caso in Esame
Il caso trae origine da un procedimento penale in cui un imputato, dopo essere stato condannato in primo grado, vedeva la sua pena rideterminata dalla Corte d’Appello a seguito di un’istanza basata sull’art. 599 bis del codice di procedura penale. Non soddisfatto della decisione, l’imputato decideva di presentare ricorso per cassazione. Tuttavia, in un momento successivo, lo stesso imputato presentava una dichiarazione formale di rinuncia all’impugnazione, di fatto ritirando il ricorso precedentemente depositato.
La Decisione della Corte e la Rinuncia al Ricorso Cassazione
La Corte di Cassazione, prendendo atto della dichiarazione di rinuncia, ha emesso un’ordinanza con cui ha dichiarato il ricorso inammissibile. La decisione, però, non si è limitata a questa declaratoria. I giudici hanno condannato il ricorrente a sostenere due tipi di oneri economici:
1. Il pagamento delle spese processuali, ovvero i costi che il procedimento ha generato fino al momento della rinuncia.
2. Il pagamento di una somma di 3.000,00 euro in favore della Cassa delle ammende.
Questa pronuncia sottolinea un principio cardine: la macchina della giustizia, una volta attivata, produce dei costi. La rinuncia al ricorso in cassazione ferma il procedimento, ma non annulla retroattivamente le attività svolte.
Le Motivazioni: Perché la Rinuncia non Annulla le Spese?
La motivazione della Corte è chiara e si fonda su una logica giuridica precisa. La rinuncia all’impugnazione, sebbene sia un atto che estingue il procedimento, non elimina le conseguenze derivanti dall’averlo avviato. Il ricorso, fino al momento del suo ritiro, ha impegnato risorse e personale del sistema giudiziario, generando delle spese a carico dello Stato. Pertanto, è giusto che chi ha dato causa a tali costi se ne faccia carico.
Inoltre, la condanna al pagamento di una somma alla Cassa delle ammende rappresenta una sanzione per l’inammissibilità del ricorso. La rinuncia, infatti, conduce a una declaratoria di inammissibilità. La legge prevede che, in questi casi, il giudice possa condannare il ricorrente al pagamento di una sanzione pecuniaria, il cui importo viene stabilito in via equitativa. Nel caso di specie, la Corte non ha ravvisato alcuna “ragione di esonero” che potesse giustificare la non applicazione di tale sanzione, fissandola nella misura di tremila euro.
Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche della Pronuncia
Questa ordinanza offre un importante monito per chiunque intenda impugnare un provvedimento giudiziario. La presentazione di un ricorso non è una scelta da prendere alla leggera. Anche la successiva decisione di rinunciare deve essere attentamente ponderata, poiché comporta conseguenze economiche inevitabili. La condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria è la regola, non l’eccezione. Prima di avviare un’impugnazione, è quindi essenziale una valutazione approfondita, con il supporto di un legale esperto, circa le reali possibilità di successo, per evitare di incorrere in costi significativi anche in caso di ripensamento.
Se rinuncio a un ricorso per cassazione, devo comunque pagare qualcosa?
Sì. Secondo l’ordinanza, la rinuncia all’impugnazione non esclude la condanna al pagamento delle spese processuali maturate fino a quel momento e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
Perché si viene condannati a pagare una somma alla Cassa delle ammende anche dopo aver rinunciato?
Perché l’aver presentato un ricorso, poi dichiarato inammissibile a seguito di rinuncia, ha comunque impegnato il sistema giudiziario. La condanna al pagamento di una somma, fissata equitativamente, funge da sanzione per l’inammissibilità, a meno che non sussistano specifiche ragioni di esonero, che in questo caso non sono state ravvisate.
A quanto ammonta la somma da pagare in questo caso specifico?
L’ordinanza condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3.000,00 euro in favore della Cassa delle ammende.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 9834 Anno 2024
Penale Ord. Sez. 2 Num. 9834 Anno 2024
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 11/01/2024
ORDINANZA
sul ricorso proposto da: COGNOME NOME NOME a QUARTU SANT’ELENA il DATA_NASCITA avverso la sentenza del 10/07/2023 della CORTE d’APPELLO di CAGLIARI udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME; Ricorso trattato de plano.
RITENUTO IN FATTO ED IN DIRITTO
NOME COGNOME ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza che, in accoglimento dell’istanza ex art. 599 bis c.p.p., ha ridetermiNOME la pena inflitta all’imputato in primo Con successiva dichiarazione l’imputato ha rinunziato all’impugnazione.
Da quanto precede deriva l’inammissibilità del ricorso per cassazione. Ancorché tempestivamente comunicata, la rinuncia non esclude la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali che il ricorso ha fino ad ora generato né evita la condanna al pagamento in favore della Cassa delle ammende della somma di euro tremila, così equitativamente fissata, non ravvisandosi alcuna ragione di esonero.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processual e della som a di euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende.
Così deci4 in Roma 11 gennaio 2024
Il Consigli re relato e
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NOME COGNOME