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Rifiuto consegna MAE: radicamento effettivo e non formale

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25853/2023, ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la consegna di un cittadino rumeno richiesta tramite Mandato di Arresto Europeo. Nonostante la residenza in Italia da oltre cinque anni, la Corte ha stabilito che per il rifiuto della consegna MAE non è sufficiente una residenza formale, ma è necessario un ‘radicamento effettivo’ e stabile nel territorio, la cui valutazione è una facoltà discrezionale del giudice. Nel caso di specie, i legami del ricorrente con l’Italia sono stati ritenuti non sufficientemente solidi.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Rifiuto Consegna MAE: Quando la Residenza non Basta

Il tema del rifiuto consegna MAE (Mandato di Arresto Europeo) è cruciale nel diritto dell’Unione Europea e tocca da vicino i diritti dei cittadini comunitari che risiedono in un paese diverso da quello di origine. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 25853 del 2023, ha offerto un importante chiarimento: la semplice residenza in Italia, anche se prolungata per oltre cinque anni, non è automaticamente sufficiente a impedire la consegna alle autorità di un altro Stato membro. È necessario dimostrare un ‘radicamento effettivo’, un concetto che va ben oltre i dati anagrafici.

I Fatti di Causa

Il caso analizzato dalla Suprema Corte riguardava un cittadino di nazionalità rumena, colpito da un Mandato di Arresto Europeo emesso dalla Romania per l’esecuzione di una pena per violenza ai danni di familiari. La Corte di Appello di L’Aquila aveva disposto la sua consegna, nonostante l’uomo risiedesse in Italia da più di cinque anni. Quest’ultimo ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo di avere un solido radicamento in Italia, provato da un permesso di soggiorno permanente, buste paga, attestazioni ISEE e la percezione del reddito di cittadinanza. Secondo la difesa, questi elementi avrebbero dovuto giustificare il rifiuto della consegna e l’esecuzione della pena in Italia, ai sensi dell’art. 18-bis della legge n. 69/2005.

Analisi del Rifiuto Consegna MAE e il Radicamento Territoriale

L’articolo 18-bis, comma 2, della legge n. 69/2005 prevede la facoltà, per l’autorità giudiziaria italiana, di rifiutare la consegna di un cittadino di un altro Stato membro dell’Unione Europea che sia ‘legittimamente ed effettivamente residente o dimorante nel territorio italiano da almeno cinque anni’. Questa norma, frutto di un’evoluzione legislativa e giurisprudenziale, mira ad accrescere le opportunità di reinserimento sociale della persona condannata, consentendole di scontare la pena nel paese in cui ha sviluppato i propri legami affettivi, sociali e lavorativi.

Tuttavia, la parola chiave è ‘effettivamente’. La giurisprudenza, sia nazionale che europea, ha costantemente sottolineato che la valutazione non può fermarsi a elementi formali. Il giudice deve compiere un’analisi complessiva della situazione della persona, considerando la stabilità della sua presenza, la continuità temporale, i legami familiari ed economici. In breve, deve accertare l’esistenza di un vero e proprio ‘radicamento reale e non estemporaneo’.

Le Motivazioni della Cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione della Corte di Appello. I giudici di legittimità hanno ribadito che il rifiuto della consegna è una scelta ‘facoltativa’ e non un obbligo, basata su una valutazione discrezionale del giudice di merito.

Nel caso specifico, la Corte di Appello aveva correttamente operato questa valutazione. A fronte degli elementi formali prodotti dalla difesa (permesso di soggiorno, buste paga, ecc.), i giudici avevano evidenziato elementi di segno contrario: il ricorrente non aveva un’occupazione stabile, risultava ospite del fratello e, soprattutto, la sua famiglia (moglie e figli) viveva ancora in Romania. Questi fattori, secondo la Corte, erano ‘distonici rispetto ad un effettivo radicamento’ e dimostravano che i legami del soggetto con l’Italia non erano così profondi da giustificare l’esecuzione della pena nel nostro Paese. Di conseguenza, la valutazione della Corte di Appello non è stata ritenuta né errata né meramente apparente, rendendo il ricorso inammissibile.

Conclusioni

La sentenza in esame rafforza un principio fondamentale in materia di Mandato di Arresto Europeo: la tutela del reinserimento sociale del condannato deve basarsi su una situazione di fatto concreta e non su meri requisiti formali. Per ottenere il rifiuto consegna MAE, non è sufficiente dimostrare di avere la residenza in Italia da oltre cinque anni. È indispensabile provare l’esistenza di un legame genuino e stabile con il territorio, che comprenda aspetti lavorativi, familiari e sociali. La decisione finale resta una facoltà discrezionale del giudice, che deve bilanciare l’interesse del singolo al reinserimento con i principi di cooperazione giudiziaria europea.

È sufficiente risiedere in Italia da più di cinque anni per ottenere il rifiuto della consegna in base a un Mandato di Arresto Europeo?
No, la sola residenza, anche se legittima e protratta per oltre cinque anni, non è sufficiente. È necessario che il giudice accerti l’esistenza di un ‘radicamento effettivo e stabile’ della persona nel territorio italiano.

Quali elementi valuta il giudice per determinare se esiste un ‘radicamento effettivo’?
Il giudice compie una valutazione complessiva che considera indici formali (come il permesso di soggiorno) e sostanziali, tra cui la stabilità lavorativa, la presenza del nucleo familiare, la durata e le modalità del soggiorno, e i rapporti economici e sociali che la persona intrattiene in Italia.

Il rifiuto della consegna per un cittadino UE residente in Italia è un obbligo o una facoltà per il giudice?
È una facoltà (‘rifiuto facoltativo’). Anche in presenza delle condizioni previste dalla legge (residenza da almeno cinque anni), il giudice esercita un potere discrezionale per decidere se rifiutare la consegna e disporre l’esecuzione della pena in Italia, valutando l’opportunità in funzione del reinserimento sociale del condannato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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