LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Ricusazione del giudice: no se rigetta il concordato

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva la ricusazione del giudice d’appello. La richiesta era motivata dal fatto che il giudice, nel rigettare una proposta di concordato sulla pena, aveva espresso valutazioni che, secondo la difesa, anticipavano il giudizio finale. La Suprema Corte ha chiarito che il rigetto del concordato è un atto interno alla stessa fase processuale e non costituisce una indebita manifestazione di convincimento, escludendo così i presupposti per la ricusazione del giudice.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 30 novembre 2025 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Rigetto del concordato e ricusazione del giudice: la Cassazione fa chiarezza

La ricusazione del giudice è uno strumento fondamentale a garanzia del giusto processo, ma i suoi confini sono definiti in modo rigoroso. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 25790 del 2024, ha affrontato un caso emblematico: è possibile ricusare i giudici d’appello se questi rigettano una proposta di concordato sulla pena, motivando la loro decisione? La risposta della Suprema Corte è stata un netto no, riaffermando principi cardine della procedura penale.

I fatti del caso

Durante un processo d’appello, la difesa di un imputato aveva avanzato una richiesta di ‘concordato sulla pena’, un accordo con la pubblica accusa per ridefinire la condanna. Il collegio della Corte d’Appello, tuttavia, rigettava la proposta. La motivazione del rigetto si basava sulla valutazione che non vi fossero elementi per riconoscere le circostanze attenuanti generiche, un punto cruciale per la determinazione della pena.

Ritenendo che tale motivazione costituisse un’anticipazione del giudizio finale e una violazione del principio di imparzialità, la difesa presentava un’istanza di ricusazione contro i giudici di quel collegio. La Corte d’Appello respingeva l’istanza, e l’imputato, tramite il suo difensore, proponeva ricorso in Cassazione.

La questione giuridica: quando la valutazione del giudice diventa pregiudizio?

Il cuore della questione ruotava attorno all’articolo 37 del codice di procedura penale, che prevede la possibilità di ricusare un giudice se manifesta indebitamente il proprio convincimento sui fatti oggetto dell’imputazione. La difesa sosteneva che motivare il rigetto del concordato equivaleva a esprimere un parere definitivo, compromettendo la terzietà del collegio per il prosieguo del giudizio.

La Corte di Cassazione è stata quindi chiamata a stabilire se la valutazione compiuta in una fase incidentale come quella sul concordato possa essere considerata una ‘indebita manifestazione di convincimento’ e, di conseguenza, una causa legittima per la ricusazione del giudice.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché manifestamente infondato, basando la sua decisione su un solido impianto giurisprudenziale, sia proprio che della Corte Costituzionale. I giudici hanno chiarito diversi punti fondamentali.

In primo luogo, le cause di ricusazione sono tassative e non possono essere interpretate in modo estensivo. La manifestazione di convincimento è ‘indebita’ solo quando è espressa senza necessità funzionale, cioè al di fuori degli atti che il giudice è chiamato a compiere in quella fase del processo.

Il rigetto di una richiesta di concordato, anche se motivato, è un atto previsto e regolato dalla legge (art. 599-bis c.p.p.). Il giudice non solo può, ma in certi casi deve, esplicitare le ragioni della sua decisione. Questo atto, pertanto, non è ‘indebito’, ma funzionale alla dinamica processuale.

Il concetto chiave richiamato dalla Corte è quello della cosiddetta ‘incompatibilità endofasica’. Questo principio, più volte affermato dalla Corte Costituzionale, stabilisce che non si crea incompatibilità a giudicare per atti compiuti all’interno della medesima fase processuale. Il rigetto di un rito speciale o di un accordo sulla pena è considerato un’attività che si svolge nella stessa fase del giudizio di merito (in questo caso, l’appello) e non in una fase precedente. Di conseguenza, il giudice che decide sul concordato è lo stesso che, legittimamente, prosegue nella trattazione del processo.

Le conclusioni

La sentenza ribadisce con forza che l’ordinamento processuale è disegnato per garantire continuità e globalità del giudizio all’interno di ogni singola fase. Frammentare il processo, sostituendo il giudice per ogni valutazione incidentale di merito, porterebbe a un’assurda paralisi procedurale. Il rigetto motivato di una proposta di concordato non è un pregiudizio, ma l’esercizio di una funzione giurisdizionale prevista dalla legge. Pertanto, non può fondare una richiesta di ricusazione del giudice. La decisione assicura un equilibrio tra la garanzia di imparzialità e le esigenze di efficienza del sistema giudiziario.

Un giudice può essere ricusato se rigetta una proposta di concordato sulla pena motivando la sua decisione?
No. Secondo la Corte di Cassazione, il rigetto motivato di una richiesta di concordato è un atto funzionale previsto dalla procedura e non costituisce una ‘indebita manifestazione del convincimento’ che possa giustificare la ricusazione.

Cosa si intende per ‘incompatibilità endofasica’?
È il principio secondo cui l’incompatibilità a giudicare non sorge per decisioni o valutazioni compiute dal giudice all’interno della stessa fase processuale (ad esempio, durante il giudizio d’appello). Il rigetto del concordato e la successiva decisione di merito avvengono nella medesima fase, quindi non si crea incompatibilità.

La motivazione del rigetto del concordato lede il diritto di difesa dell’imputato?
No. La Corte Costituzionale, richiamata nella sentenza, ha già chiarito che le norme che consentono al giudice di adottare provvedimenti incidentali motivati all’interno della stessa fase processuale sono compatibili con il diritto di difesa garantito dall’art. 24 della Costituzione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Articoli correlati