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Ricorso per cassazione: quando è inammissibile?

La Corte di Cassazione chiarisce i requisiti di ammissibilità del ricorso per cassazione avverso un’ordinanza cautelare. La sentenza analizza il caso di un individuo in custodia cautelare per furto, il cui ricorso è stato respinto per la genericità dei motivi. La Corte sottolinea che non è sufficiente lamentare una motivazione ‘per relationem’ senza specificare i punti dell’appello che sarebbero stati ignorati dal giudice precedente. Viene inoltre confermata la valutazione sulle esigenze cautelari, ritenendo un’attività lavorativa recente non sufficiente a dimostrare un cambiamento di vita.

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Pubblicato il 14 gennaio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ricorso per Cassazione: La Specificità dei Motivi è Essenziale

Un ricorso per cassazione rappresenta l’ultimo grado di giudizio nel nostro ordinamento, ma il suo accesso è limitato a precisi vizi di legittimità. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 34259/2024, ribadisce un principio fondamentale: la genericità dei motivi di ricorso ne determina l’inammissibilità, soprattutto quando si contesta una motivazione per relationem. Analizziamo insieme questa importante decisione.

I Fatti del Caso

La vicenda processuale ha origine con un’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale di Catania, che disponeva la custodia cautelare in carcere per un individuo. Le accuse erano gravi: partecipazione ad associazione per delinquere finalizzata a reati contro il patrimonio e diversi episodi di furto aggravato in abitazione.

L’indagato presentava istanza di riesame al Tribunale della Libertà, il quale accoglieva parzialmente la richiesta. In particolare, il Tribunale annullava l’ordinanza per quanto riguarda il reato associativo, ma confermava la misura cautelare per i restanti reati di furto.

Non soddisfatto della decisione, l’indagato, tramite il suo difensore, proponeva ricorso per cassazione, articolando due principali motivi di doglianza.

La Decisione della Corte e la validità del Ricorso per Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rigettandolo e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali. La decisione si fonda sull’analisi critica dei due motivi presentati dalla difesa.

Il Primo Motivo: La Critica alla Motivazione ‘per Relationem’

Il primo motivo di ricorso lamentava un vizio di motivazione. La difesa sosteneva che il Tribunale del Riesame si fosse limitato a richiamare le argomentazioni del GIP, utilizzando una motivazione per relationem, senza un’effettiva e autonoma valutazione.

Il Secondo Motivo: La Valutazione delle Esigenze Cautelari

Con il secondo motivo, si contestava l’illogicità della motivazione sulle esigenze cautelari. Secondo la difesa, il Tribunale avrebbe ignorato un fatto cruciale: l’indagato aveva da poco iniziato un’attività lavorativa, circostanza che, a suo dire, avrebbe dovuto mitigare la valutazione sulla sua pericolosità sociale.

Le Motivazioni della Sentenza

La Cassazione ha smontato entrambe le argomentazioni difensive con motivazioni precise e aderenti a consolidati principi giurisprudenziali.

Inammissibilità del Motivo Generico

Riguardo al primo punto, la Corte ha ribadito un principio chiave: è inammissibile il ricorso per cassazione che denuncia l’illegittimità di una motivazione per relationem in modo generico. Non è sufficiente affermare che il giudice di secondo grado abbia semplicemente ‘copiato’ dal primo. Il ricorrente ha l’onere di indicare in modo specifico quali punti e quali questioni, sollevate con l’atto di appello (in questo caso, l’istanza di riesame), non sarebbero state valutate dalla decisione impugnata. La mancanza di questa specificità rende il motivo vago e, di conseguenza, inammissibile. Peraltro, la Corte ha osservato che il Tribunale aveva comunque svolto una valutazione autonoma, come dimostrato dall’annullamento parziale dell’ordinanza per il reato associativo.

La Valutazione delle Esigenze Cautelari

Sul secondo motivo, la Corte ha giudicato la motivazione del Tribunale del Riesame adeguata e logica. Il Tribunale aveva correttamente considerato diversi elementi per confermare la misura cautelare: la lunga durata delle condotte criminose, l’attenta pianificazione dei delitti, la spregiudicatezza dell’indagato e il suo significativo curriculum penale.

Per quanto riguarda l’attività lavorativa, la Cassazione ha avallato la valutazione del Tribunale: essendo iniziata da poco tempo, non poteva ancora essere considerata una prova di un reale e stabile cambiamento dello stile di vita dell’indagato. Pertanto, non era un elemento sufficiente a far venir meno le esigenze cautelari.

Le Conclusioni

Questa sentenza riafferma con forza l’importanza del principio di specificità dei motivi nel ricorso per cassazione. Non basta una critica generica per ottenere una revisione dalla Suprema Corte; è necessario articolare censure precise, dettagliate e autosufficienti, che mettano in luce le specifiche violazioni di legge o i vizi logici della decisione impugnata. La decisione offre anche una chiara indicazione su come vengono valutati elementi come l’inizio di un’attività lavorativa nel contesto delle esigenze cautelari: un singolo fattore positivo, se recente e isolato, non è in grado di scalfire un quadro di pericolosità sociale basato su solidi e plurimi elementi negativi.

Quando un ricorso basato sulla motivazione ‘per relationem’ è considerato inammissibile?
Quando il ricorrente si limita a censurare genericamente tale tecnica motivazionale senza indicare specificamente quali questioni, sollevate con l’atto di riesame, non sarebbero state valutate dal giudice.

Un’attività lavorativa iniziata di recente è sufficiente a escludere le esigenze cautelari?
No, secondo la Corte, un’attività lavorativa iniziata da poco tempo non può essere considerata, da sola, dimostrativa di un effettivo e stabile cambiamento dello stile di vita, tale da far venir meno le esigenze cautelari.

Cosa succede se il ricorso per cassazione viene rigettato?
In caso di rigetto, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali, come previsto dall’art. 616 del codice di procedura penale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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