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Residenza reddito di cittadinanza: Cassazione annulla

La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per false dichiarazioni finalizzate a ottenere il reddito di cittadinanza. La decisione si fonda sull’illegittimità del requisito della residenza decennale, ridotto a cinque anni da sentenze della Corte di Giustizia UE e della Corte Costituzionale. Poiché l’imputato soddisfaceva il requisito quinquennale, la sua dichiarazione non è stata considerata penalmente rilevante, portando all’annullamento della sentenza perché ‘il fatto non sussiste’.

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Pubblicato il 27 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Residenza Reddito di Cittadinanza: la Cassazione Annulla la Condanna

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale in materia di residenza reddito di cittadinanza, annullando una condanna per false dichiarazioni. La decisione chiarisce l’impatto delle sentenze della Corte di Giustizia Europea e della Corte Costituzionale, che hanno dichiarato illegittimo il requisito della residenza decennale, riducendolo a cinque anni. Questo caso rappresenta un punto di svolta per molte situazioni simili.

I Fatti del Caso

L’imputato, un cittadino di un paese terzo, era stato condannato sia in primo grado dal Tribunale sia in appello dalla Corte di Appello per il reato di false dichiarazioni finalizzate all’ottenimento del reddito di cittadinanza. La contestazione si basava sul fatto che egli non possedeva il requisito della residenza in Italia da almeno dieci anni al momento della presentazione della domanda.

Contro la sentenza di secondo grado, l’imputato ha presentato ricorso in Cassazione, sollevando, tra gli altri motivi, la questione della legittimità del requisito della residenza decennale alla luce dei recenti sviluppi giurisprudenziali europei e nazionali.

Il requisito di residenza per il reddito di cittadinanza: l’intervento delle Corti Superiori

Il punto centrale del ricorso, accolto dalla Suprema Corte, riguarda l’illegittimità del requisito di residenza decennale. La Corte di Cassazione ha richiamato due sentenze cruciali:

1. Corte di Giustizia dell’Unione Europea (sentenza 29 luglio 2024): Ha dichiarato che la normativa italiana era incompatibile con il diritto europeo, in quanto subordinava l’accesso a prestazioni sociali per i cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo a un requisito di residenza di dieci anni.
2. Corte Costituzionale (sentenza n. 31 del 2025): Ha dichiarato l’illegittimità costituzionale parziale della norma, riducendo il requisito di residenza da dieci a cinque anni.

Questi interventi hanno modificato retroattivamente il panorama normativo, rendendo di fatto sufficiente una residenza di cinque anni per accedere al beneficio.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione, recependo i principi espressi dalle corti superiori, ha stabilito che la falsa attestazione circa il requisito della residenza decennale non costituisce più un elemento idoneo a configurare il reato. Il requisito legale è stato ridefinito in cinque anni di residenza.

Nel caso specifico, è stato accertato che l’imputato era entrato in Italia nel 2016 e aveva presentato la domanda per il reddito di cittadinanza nel 2022. Al momento della richiesta, quindi, aveva già maturato il requisito di permanenza quinquennale. Di conseguenza, la sua dichiarazione, sebbene non veritiera riguardo ai dieci anni, non era rilevante ai fini della configurabilità del reato, in quanto egli possedeva comunque il requisito necessario per legge.

Le Motivazioni della Sentenza

La motivazione della Suprema Corte si basa su un’interpretazione della legge orientata ai principi costituzionali e sovranazionali. Se la norma penale punisce chi fa una falsa dichiarazione per ottenere un beneficio a cui non avrebbe diritto, e le sentenze delle Corti superiori stabiliscono che il diritto sussisteva con soli cinque anni di residenza, allora la dichiarazione non veritiera sui dieci anni perde la sua offensività penale. L’imputato, avendo i requisiti di legge (quelli di 5 anni), non ha ottenuto un vantaggio indebito. Pertanto, il comportamento non integra più la fattispecie di reato contestata. La Corte ha quindi annullato la sentenza senza rinvio, con la formula “perché il fatto non sussiste”, mettendo fine al procedimento.

Conclusioni e Implicazioni Pratiche

Questa sentenza ha importanti implicazioni pratiche. Anzitutto, conferma che il requisito di residenza per l’accesso a determinate prestazioni sociali da parte di cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo è di cinque anni, non dieci. In secondo luogo, chiarisce che le false dichiarazioni relative al requisito decennale, rese quando l’interessato possedeva già quello quinquennale, non sono penalmente perseguibili. La decisione rappresenta un’importante affermazione dei principi di uguaglianza e di conformità dell’ordinamento italiano al diritto europeo.

Perché è stata annullata la condanna per false dichiarazioni sul reddito di cittadinanza?
La condanna è stata annullata perché le sentenze della Corte di Giustizia UE e della Corte Costituzionale hanno ridotto il requisito di residenza da dieci a cinque anni. Poiché l’imputato soddisfaceva il requisito di cinque anni, la sua falsa dichiarazione sul requisito decennale è stata considerata penalmente irrilevante.

Qual è il requisito di residenza valido per i cittadini di paesi terzi per accedere a prestazioni come il reddito di cittadinanza?
Sulla base delle sentenze citate, il requisito di residenza in Italia per i cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo è di cinque anni, e non più di dieci anni come previsto in precedenza dalla normativa nazionale.

Cosa significa la formula assolutoria ‘il fatto non sussiste’ in questo caso?
Significa che il comportamento tenuto dall’imputato (la falsa dichiarazione sul requisito decennale), alla luce della nuova interpretazione della legge, non costituisce più un reato. Sebbene la dichiarazione fosse materialmente falsa, non era idonea a fargli ottenere un beneficio a cui non avesse già diritto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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