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Reddito di cittadinanza: condanna per falsi requisiti

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per aver dichiarato il falso al fine di ottenere il Reddito di cittadinanza. Nonostante la recente sentenza della Corte Costituzionale n. 31/2025 abbia ridotto il requisito di residenza da dieci a cinque anni, il ricorrente non possedeva nemmeno il requisito minimo ridotto al momento della domanda. La Corte ha ribadito che l’uso di intermediari o la scarsa conoscenza della lingua non escludono la responsabilità penale per false dichiarazioni sui requisiti di accesso al beneficio.

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Pubblicato il 31 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Reddito di cittadinanza: condanna per false dichiarazioni

La disciplina del Reddito di cittadinanza continua a essere al centro di importanti evoluzioni giurisprudenziali, specialmente per quanto riguarda i requisiti di accesso per i cittadini stranieri. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha affrontato il tema della responsabilità penale derivante da dichiarazioni non veritiere sulla residenza, integrando i principi espressi dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Il caso e la condanna per falso

Un cittadino straniero era stato condannato nei gradi di merito per aver dichiarato falsamente di risiedere in Italia da almeno dieci anni, requisito allora previsto per l’accesso al beneficio economico. La difesa ha impugnato la sentenza sostenendo che, in quanto rifugiato, l’imputato avrebbe dovuto godere di un trattamento equiparato ai cittadini nazionali, senza vincoli temporali di residenza. Inoltre, veniva contestata la mancanza di dolo, attribuendo l’errore alla mediazione di un intermediario e alla scarsa conoscenza della lingua italiana.

L’evoluzione del requisito di residenza

Un punto cruciale della decisione riguarda la legittimità del requisito temporale di residenza. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 31 del 2025, ha dichiarato illegittimo il termine di dieci anni originariamente previsto dal d.l. n. 4 del 2019. La Consulta ha stabilito che tale periodo era sproporzionato rispetto alle finalità di inclusione lavorativa della misura, riducendo il requisito a cinque anni di residenza sul territorio nazionale.

Le motivazioni

Nonostante la riduzione del termine operata dalla Consulta, la Cassazione ha confermato la responsabilità penale del ricorrente. Dagli atti è emerso che l’imputato, al momento della presentazione della domanda nel 2020, risiedeva in Italia solo dal 2018. Di conseguenza, non soddisfaceva nemmeno il nuovo requisito minimo di cinque anni. La Corte ha chiarito che la dichiarazione di un dato oggettivamente falso (dieci anni a fronte di due effettivi) configura il reato previsto dall’art. 7 del d.l. n. 4/2019.

Sotto il profilo soggettivo, i giudici hanno respinto la tesi dell’errore scusabile. L’utilizzo di un intermediario non solleva il richiedente dall’obbligo di verificare la veridicità delle informazioni comunicate, specialmente su dati personali e facilmente conoscibili come la propria data di arrivo in Italia. L’ignoranza della legge penale o dei requisiti amministrativi non esclude il dolo, poiché il precetto normativo è chiaro e accessibile.

Le conclusioni

In conclusione, la Suprema Corte ha ribadito che il Reddito di cittadinanza non è un mero sussidio assistenziale, ma una misura di politica attiva del lavoro che richiede un radicamento territoriale minimo, ora fissato in cinque anni. La falsità nelle autocertificazioni rimane un illecito grave, non scriminato da difficoltà linguistiche o deleghe a terzi, qualora il dato dichiarato sia palesemente difforme dalla realtà vissuta dal richiedente. Il ricorso è stato dunque dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.

Qual è il periodo di residenza necessario per gli stranieri dopo la sentenza della Consulta?
La Corte Costituzionale ha ridotto il requisito di residenza da dieci a cinque anni, ritenendo il termine decennale irragionevole e discriminatorio.

Si può essere condannati se la domanda è stata compilata da un intermediario?
Sì, l’uso di un intermediario non esclude la responsabilità penale del richiedente per la comunicazione di dati falsi riguardanti la propria situazione personale.

La scarsa conoscenza della lingua italiana giustifica l’errore nei requisiti?
No, la giurisprudenza ritiene che la comprensione dei requisiti fondamentali di residenza sia accessibile e che l’errore sulla legge non escluda il dolo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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