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Reddito di cittadinanza: condanna per false dichiarazioni

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per un’imputata che ha percepito indebitamente il reddito di cittadinanza fornendo dichiarazioni false sulla propria residenza. Nonostante la Corte Costituzionale abbia ridotto il requisito di residenza da dieci a cinque anni, la ricorrente non soddisfaceva nemmeno il termine più breve. La sentenza chiarisce che la responsabilità della veridicità dei dati ricade esclusivamente sul richiedente e non sul CAF, e che l’ignoranza dei requisiti non esclude il dolo data la chiarezza della normativa.

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Pubblicato il 23 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Reddito di cittadinanza: la Cassazione conferma la condanna per falso

Il reddito di cittadinanza continua a essere al centro di importanti pronunce giurisprudenziali, specialmente per quanto riguarda i profili di responsabilità penale legati alle dichiarazioni mendaci. La recente sentenza della Corte di Cassazione analizza il caso di una cittadina straniera condannata per aver dichiarato falsamente il possesso dei requisiti di residenza necessari per ottenere il sussidio.

I fatti di causa

La vicenda trae origine dalla condanna di un’imputata che aveva richiesto e ottenuto il beneficio economico omettendo di comunicare la mancanza del requisito della residenza decennale sul territorio nazionale. La Corte d’Appello aveva confermato la sentenza di primo grado, ritenendo provata la condotta fraudolenta. La difesa ha proposto ricorso basandosi su tre motivi principali: l’illegittimità costituzionale del requisito dei dieci anni (ridotto a cinque dalla Consulta), l’assenza di dolo e la presunta responsabilità del CAF nella trasmissione della domanda.

La decisione della Corte

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, dichiarandolo infondato. Gli Ermellini hanno precisato che, sebbene la Corte Costituzionale con la sentenza n. 31 del 2025 abbia effettivamente ridotto il requisito di residenza a cinque anni, tale modifica non giova alla ricorrente, la quale non possedeva nemmeno il requisito abbreviato al momento della domanda. La decisione sottolinea come il reato si consumi nel momento in cui vengono fornite informazioni false o omesse indicazioni dovute, purché funzionali a ottenere un beneficio non spettante.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si concentrano sulla responsabilità personale del richiedente. In primo luogo, l’assenza di una firma autografa sulla domanda non esclude la riferibilità della stessa all’interessato, poiché il CAF agisce come mero trasmettitore e non come consulente responsabile della veridicità dei dati. In secondo luogo, il dolo è integrato dal mendacio finalizzato al profitto e dal comportamento successivo, come il mancato ritiro della domanda. Infine, la Corte ha chiarito che l’errore sui requisiti del reddito di cittadinanza non può essere considerato un errore scusabile su norma extra-penale, poiché la legge è chiara e non presenta oscurità tali da indurre in errore un cittadino diligente.

Le conclusioni

In conclusione, la sentenza ribadisce un principio di rigore: chi richiede sussidi pubblici ha l’onere di verificare con accuratezza i propri requisiti. L’affidamento a intermediari come i CAF non esonera dalla responsabilità penale per dichiarazioni false. La chiarezza del precetto normativo rende inescusabile l’ignoranza della legge, confermando che la tutela delle risorse pubbliche passa attraverso una rigorosa verifica della lealtà dei beneficiari.

Cosa accade se non ho il requisito della residenza per il sussidio?
Dichiarare il falso sulla residenza per ottenere il beneficio integra un reato penale, punibile anche se il requisito viene successivamente ridotto da una sentenza costituzionale ma non è comunque posseduto.

Il CAF è responsabile se i dati nella domanda sono sbagliati?
No, il CAF ha solo il compito di identificare il richiedente e trasmettere la domanda all’INPS. La responsabilità sulla veridicità delle dichiarazioni è esclusivamente del cittadino che firma la richiesta.

Posso giustificarmi dicendo che non conoscevo bene la legge?
No, l’ignoranza della legge non è scusabile quando la normativa è chiara. Nel caso del sussidio, i requisiti sono considerati facilmente comprensibili e l’errore non esclude il dolo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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