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Reddito di cittadinanza: condanna annullata per errore di sede

Una persona, condannata per aver ottenuto il reddito di cittadinanza omettendo informazioni sui redditi del coniuge, ha presentato ricorso in Cassazione. Il motivo principale era un errore sulla sede del processo. La difesa sosteneva che il tribunale competente fosse quello della città dove era stata presentata la domanda (Crotone) e non quello della residenza dove l’INPS erogava il sussidio (Lecco). La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo un principio chiave sulla competenza territoriale reddito di cittadinanza: il reato si consuma nel luogo in cui si presenta la dichiarazione falsa. Di conseguenza, la condanna è stata annullata e il processo dovrà ricominciare da capo presso il tribunale corretto.

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Pubblicato il 21 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Reddito di cittadinanza: quando la sede del processo fa la differenza

Ottenere indebitamente il reddito di cittadinanza tramite dichiarazioni false o incomplete costituisce un reato. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha però chiarito un aspetto procedurale fondamentale che può cambiare le sorti di un processo: la competenza territoriale reddito di cittadinanza. La Corte ha stabilito che il processo deve svolgersi nel luogo in cui la domanda viene presentata, non dove ha sede l’ente che paga il sussidio. Questo principio ha portato all’annullamento di una condanna, costringendo la giustizia a ripartire da zero.

I fatti del caso: una domanda incompleta e una condanna

Una richiedente aveva presentato domanda per ottenere il reddito di cittadinanza presso un patronato situato nella provincia di Crotone. Nelle dichiarazioni fornite, aveva omesso di inserire i dati reddituali e patrimoniali del coniuge, dal quale era separata solo di fatto. Sulla base di questa dichiarazione incompleta, l’INPS della provincia di Lecco, luogo di residenza della donna, le aveva erogato il beneficio economico.

Scoperta l’irregolarità, era scattato un procedimento penale. Il processo si era svolto presso il Tribunale di Lecco, che aveva condannato la donna per il reato previsto dall’articolo 7 del decreto-legge 4/2019. La condanna era stata poi confermata anche in appello. La difesa, tuttavia, non si è arresa e ha portato il caso fino in Corte di Cassazione, sollevando una questione cruciale: il Tribunale di Lecco era davvero quello giusto per celebrare il processo?

La questione della competenza territoriale reddito di cittadinanza

Il punto centrale del ricorso era proprio la competenza territoriale reddito di cittadinanza. Secondo la difesa, il reato non si era perfezionato a Lecco, dove l’INPS pagava, ma a Crotone, dove la richiedente aveva materialmente presentato la dichiarazione sostitutiva unica (DSU) incompleta tramite un intermediario. La Procura e i giudici di merito, invece, ritenevano che il luogo rilevante fosse la sede dell’ente erogatore, cioè l’INPS di Lecco, perché è lì che la dichiarazione produce i suoi effetti dannosi per lo Stato.

Questa distinzione non è un semplice cavillo legale. Individuare il tribunale competente è una regola fondamentale del giusto processo. Celebrare un processo nella sede sbagliata può invalidare l’intero procedimento e la sentenza finale.

Le motivazioni: un reato di mera condotta

La Corte di Cassazione ha dato ragione alla difesa, accogliendo il ricorso. I giudici supremi hanno spiegato che il reato di indebita percezione del reddito di cittadinanza è un ‘reato di mera condotta’. Questo termine tecnico significa che il crimine si considera commesso e completato nel momento esatto in cui si compie l’azione vietata, cioè la presentazione di una dichiarazione falsa o l’omissione di informazioni dovute. Non è necessario attendere che il danno (l’erogazione del denaro) si verifichi.

L’azione illegale si è quindi consumata nel momento e nel luogo in cui la domanda con le informazioni non veritiere è stata presentata all’intermediario per l’invio al sistema. Poiché la domanda era stata elaborata e inoltrata da un patronato di Crotone, è il Tribunale di Crotone ad avere la competenza territoriale per giudicare il caso. La tesi che valorizzava il luogo di pagamento è stata respinta perché trasformerebbe, erroneamente, questo reato in un ‘reato di evento’, cosa che non è.

Le conclusioni: condanna annullata e processo da rifare

L’esito pratico di questa decisione è stato drastico. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna emessa dai giudici di Lecco. Questo significa che la condanna è stata cancellata. Gli atti del procedimento sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Crotone, che dovrà, se lo riterrà opportuno, iniziare un nuovo processo da capo. La decisione riafferma un principio di garanzia fondamentale e chiarisce definitivamente la regola sulla competenza territoriale reddito di cittadinanza, con importanti conseguenze per tutti i casi simili.

Se presento una domanda per un sussidio in una città diversa da quella in cui vivo, dove sarò processato in caso di dichiarazioni false?
Secondo questa sentenza, il processo dovrebbe svolgersi nel tribunale competente per il luogo in cui hai materialmente presentato la domanda, ad esempio presso il CAF o il patronato, e non nel luogo di residenza dove ha sede l’ente che paga.

Cosa significa che il reato si ‘consuma’ con la presentazione della domanda?
Significa che la legge considera il reato già completo nel momento in cui si presenta una dichiarazione falsa o incompleta, a prescindere dal fatto che si riesca poi a ottenere effettivamente il denaro. L’azione illegale è la dichiarazione stessa.

L’annullamento della condanna significa che la persona è stata dichiarata innocente?
No. L’annullamento è avvenuto per un vizio di procedura, cioè perché il processo si è tenuto in una sede giudiziaria sbagliata. Il caso è stato trasferito al tribunale competente, dove dovrà iniziare un nuovo processo per accertare nel merito la colpevolezza o l’innocenza della persona.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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