Prova Decisiva in Appello: Perché una Semplice Richiesta Non Basta
Nel processo penale, l’ammissione di una prova decisiva può cambiare le sorti di un giudizio. Tuttavia, la sua richiesta deve seguire regole procedurali precise, specialmente nei gradi di giudizio successivi al primo. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ci ricorda che la forma è sostanza: una richiesta probatoria non adeguatamente motivata è destinata a essere dichiarata inammissibile. Analizziamo insieme questo importante principio.
I Fatti del Caso
Un imputato, condannato in primo grado, presentava appello lamentando, tra le altre cose, la mancata audizione di un testimone a difesa. Sebbene l’escussione di questo testimone fosse stata ammessa dal giudice di primo grado, di fatto non era mai avvenuta. Con l’atto di appello, la difesa si era limitata a sollecitare nuovamente l’audizione del teste, senza però fornire alcuna argomentazione a sostegno della sua rilevanza o decisività per il giudizio.
La Corte d’Appello, nel confermare la condanna, non si pronunciava su tale richiesta. L’imputato, allora, proponeva ricorso per Cassazione, denunciando proprio la violazione di legge per la mancata assunzione di quella che riteneva essere una prova decisiva.
La Valutazione della Cassazione sulla Prova Decisiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, offrendo una lezione chiara sui requisiti formali delle istanze difensive. Gli Ermellini hanno sottolineato come la richiesta di escussione del testimone, così come formulata nell’atto di appello, fosse palesemente inammissibile. Non era, infatti, una vera e propria istanza motivata, ma una semplice “sollecitazione”.
Il punto cruciale, secondo la Corte, è che la difesa non aveva in alcun modo spiegato perché quel testimone fosse cruciale per il processo, né aveva fornito elementi per valutarne la pertinenza. Si trattava di una “doglianza articolata sulla sola richiesta, senza alcuna allegazione di motivi a sostegno”.
Il Principio di Autosufficienza del Ricorso
La Corte ha inoltre rilevato un difetto di “autosufficienza” del ricorso. La difesa non aveva documentato adeguatamente cosa fosse accaduto in primo grado, lasciando intendere che, probabilmente, la mancata audizione del teste fosse derivata da una revoca implicita o da una rinuncia della stessa difesa, dato che il giudice aveva poi disposto d’ufficio l’audizione di un’altra persona ai sensi dell’art. 507 c.p.p.
Le Motivazioni della Decisione
La motivazione della Suprema Corte si fonda su un principio cardine del diritto processuale: chi avanza una richiesta al giudice, specialmente in un grado di impugnazione, ha l’onere di argomentarla. Non basta indicare una prova; è necessario spiegare perché quella prova sia rilevante e potenzialmente decisiva. Una richiesta generica, priva di argomentazioni, non mette il giudice nelle condizioni di poterla valutare e, pertanto, deve essere considerata inammissibile.
Di conseguenza, se l’istanza presentata alla Corte d’Appello era originariamente inammissibile, la mancata pronuncia di quest’ultima sulla richiesta stessa diventa irrilevante. Non si può contestare in Cassazione l’omessa valutazione di un’istanza che non avrebbe mai dovuto essere presa in considerazione per vizi formali.
Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche
Questa ordinanza ribadisce un insegnamento fondamentale per la pratica legale: ogni istanza, e in particolare una richiesta di ammissione di una prova decisiva in appello, deve essere autosufficiente e specificamente motivata. Non è sufficiente sperare che il giudice intuisca la rilevanza di un atto istruttorio. È dovere del difensore articolare chiaramente le ragioni a sostegno della propria richiesta, illustrando come e perché quella prova potrebbe incidere sull’esito del giudizio. In assenza di una tale motivazione, il rischio concreto è che la richiesta venga ignorata e che un’eventuale impugnazione successiva venga dichiarata inammissibile, con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
È sufficiente richiedere l’ammissione di un testimone in appello per ottenerne l’audizione?
No, non è sufficiente. Secondo la Corte di Cassazione, la richiesta deve essere supportata da specifiche motivazioni che ne illustrino la rilevanza e la potenziale decisività ai fini del giudizio. Una semplice sollecitazione priva di argomenti è inammissibile.
Cosa significa che un ricorso è privo di ‘autosufficienza’?
Significa che l’atto di ricorso non contiene tutti gli elementi fattuali e giuridici necessari per consentire alla Corte di decidere la questione sollevata, senza dover fare riferimento ad altri atti o documenti del processo non allegati al ricorso stesso.
Quali sono le conseguenze di un ricorso dichiarato inammissibile dalla Corte di Cassazione?
La dichiarazione di inammissibilità comporta la fine del processo. Inoltre, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende, come sanzione per aver adito la Corte con un ricorso privo dei requisiti di legge.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 44748 Anno 2023
Penale Ord. Sez. 7 Num. 44748 Anno 2023
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 22/09/2023
ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
NOME COGNOME NOME nato a CARRARA il DATA_NASCITA
avverso la sentenza del 06/04/2023 della CORTE APPELLO di GENOVA
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME;
RITENUTO IN FATTO E CONISIDERATO IN DIRITTO
Rilevato che NOME COGNOME – imputato del reato di cui agli artt. 81 cpv cod. pen., 2 L. 638 del 1983 – ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, lamentando, con un unico motivo, violazione di legge per mancata assunzione di una prova decisiva;
rilevato che la censura si riferisce alla mancata escussione testimoniale di COGNOME NOME, la cui escussione era stata ammessa dal giudice di primo grado senza alcuna revoca, ed era stata vanamente sollecitata con l’atto di appello;
rilevato che, dal riepilogo concernente il processo in primo grado, contenuto nella sentenza impugnata, emerge solo che, dopo l’escussione del teste indicato dalla difesa COGNOME si è proceduto alla escussione ex art. 507 del curatore COGNOME (cfr. pag. 1 della sentenza impugnata);
rilevato che nell’atto di appello il difensore aveva sollecitato, nelle richies conclusive, l’escussione del COGNOME senza nulla argomentare in ordine alle ragioni della richiesta (cfr. pag. 3 dell’atto di appello);
ritenuto in tale contesto che, al di là del difetto di autosufficienza del ricor in ordine a quanto avvenuto in primo grado (dovendosi ritenere – in assenza di allegazioni documentali contrarie – che l’escussione ex art. 507 cod. proc. pen. sia avvenuta previa revoca del COGNOME, ovvero previa rinuncia al teste), la sollecitazione ad escutere quest’ultimo in appello in appello fosse palesemente inammissibile, trattandosi di doglianza articolata sulla sola richiesta, senza alcuna allegazione di motivi a sostegno;
ritenuto che l’originaria inammissibilità della richiesta difensiva renda irrilevante la mancata pronuncia della Corte territoriale sulla richiesta medesima;
ritenuto pertanto che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle ‘spese processuali e della somma di euro tremila in favore della RAGIONE_SOCIALE delle Ammende
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della RAGIONE_SOCIALE delle ammende.
Così deciso in · , NOME, il 22 settembre 2023 ‘ p–