La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una raccolta fondi in criptovalute non autorizzata. Un indagato raccoglieva bitcoin attraverso un progetto online, promettendo in cambio token digitali per l'uso di una futura piattaforma logistica. Il Tribunale del Riesame aveva negato il sequestro preventivo di trenta bitcoin, ritenendo non provato il reato. La Procura ha fatto ricorso sostenendo la violazione delle norme finanziarie. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso del Pubblico Ministero. La Corte ha stabilito che la promozione di token con promessa di rendimento e rischio di capitale costituisce una vera offerta di investimento. Tale condotta, se priva delle autorizzazioni di legge e dei prospetti informativi, integra il reato di esercizio abusivo dell'attività finanziaria.
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