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Peculato o truffa? La Cassazione decide sulla borsa di studio

Una collaboratrice universitaria riceveva una borsa di studio triennale apparentemente pilotata da un professore. La Corte d’appello aveva condannato la donna per il reato di Peculato, ritenendo che il denaro pubblico fosse stato sottratto inducendo in errore il direttore del dipartimento. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, chiarendo la differenza fondamentale tra il reato di Peculato e quello di truffa aggravata. Il primo richiede che il pubblico ufficiale abbia già la disponibilità del denaro per ragioni d’ufficio; se invece il denaro viene ottenuto tramite raggiri, si configura la truffa. Inoltre, la Cassazione ha stabilito che la confisca per equivalente non può colpire le somme trattenute alla fonte per le tasse, poiché mai entrate nella reale disponibilità dell’indagata. La causa è stata rinviata per un nuovo giudizio.

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Pubblicato il 14 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

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Riferimento Sentenza di Cassazione Penale Sez. 6 Num. 24604 Anno 2023 (Cass. pen. sez. 6 n. 24604/2023)

La differenza tra truffa e Peculato nel caso della borsa di studio

La linea di confine tra i diversi reati contro la pubblica amministrazione è spesso sottile. La Corte di Cassazione ha affrontato questo tema analizzando il caso di una borsa di studio universitaria sospetta. I giudici hanno dovuto stabilire se l’appropriazione di fondi pubblici costituisse il reato di Peculato oppure una truffa aggravata. Questa distinzione determina la gravità della pena e le modalità di accertamento della responsabilità penale dei soggetti coinvolti.

Il caso riguarda una collaboratrice che svolgeva le mansioni di segretaria per un docente universitario. Il professore ha proposto l’istituzione di una borsa di studio triennale con requisiti molto specifici, apparentemente ritagliati sulle caratteristiche della collaboratrice. Quest’ultima ha partecipato come unica candidata e ha ottenuto il finanziamento. Tuttavia, le indagini hanno rivelato che la commissione esaminatrice le aveva attribuito punteggi per attività cliniche mai svolte.

Il meccanismo della selezione universitaria contestata

La vicenda si è sviluppata in un ateneo. Il professore faceva parte della commissione giudicatrice e ha valutato la domanda della candidata. La segretaria ha così ottenuto cinquantaquattromila euro. Il giudice di primo grado ha ritenuto che la condotta integrasse la truffa aggravata e la turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. Secondo questa ricostruzione, l’ottenimento del denaro era avvenuto tramite raggiri e false rappresentazioni della realtà.

Al contrario, la Corte d’appello ha modificato la qualificazione giuridica. I giudici di secondo grado hanno ritenuto i soggetti colpevoli del reato di Peculato in concorso. Secondo questa tesi, il professore e la segretaria avevano indotto in errore il direttore del dipartimento, che aveva firmato l’autorizzazione al pagamento. In questo modo, essi avrebbero ottenuto la disponibilità del denaro pubblico distogliendolo dalle sue finalità istituzionali.

Il possesso del denaro pubblico come elemento decisivo

La Corte di Cassazione ha criticato la ricostruzione d’appello. I giudici hanno ricordato che il possesso del denaro è l’elemento chiave per distinguere i reati. Si configura il Peculato quando il pubblico ufficiale ha già la disponibilità del denaro per ragioni del suo ufficio e se ne appropria. Si configura la truffa aggravata quando il soggetto non ha il possesso del denaro e se lo procura solo successivamente con artifizi o raggiri.

Nel caso in esame, il professore non aveva la gestione diretta dei fondi. Egli doveva sempre richiedere l’autorizzazione formale al direttore del dipartimento. Di conseguenza, il denaro non era nella sua disponibilità originaria. La condotta consisteva nell’indurre in errore il soggetto legittimato a disporre delle somme. Questa dinamica esclude il reato di appropriazione indebita pubblica e configura la truffa.

Le motivazioni della Cassazione sul reato di Peculato

Le motivazioni della sentenza evidenziano un grave errore logico dei giudici di secondo grado. La Corte d’appello ha ribaltato la decisione di primo grado senza fornire una motivazione rafforzata. Il giudice d’appello ha l’obbligo di confutare in modo rigoroso gli argomenti della prima sentenza quando decide di modificare la qualificazione del reato in Peculato. La sentenza impugnata non ha spiegato come il professore potesse avere la disponibilità autonoma delle somme.

Inoltre, i giudici hanno accolto il ricorso sulla quantificazione della confisca. La Cassazione ha stabilito che la confisca per equivalente deve colpire solo il profitto netto effettivamente percepito. Le somme trattenute alla fonte dallo Stato per le tasse non entrano mai nella disponibilità del beneficiario. Lo Stato non può confiscare importi che sono già tornati nelle casse pubbliche sotto forma di imposte.

Le conclusioni della Suprema Corte sulla borsa di studio

Le conclusioni dei giudici hanno portato all’annullamento della sentenza di condanna. La Corte di Cassazione ha rinviato il procedimento a un’altra sezione della Corte d’appello per un nuovo esame. Il nuovo processo dovrà valutare i fatti applicando i corretti principi di diritto. I giudici dovranno verificare se la condotta della collaboratrice e del professore costituisca effettivamente una truffa e non il reato di Peculato.

Questo provvedimento ristabilisce un principio di equità sul piano patrimoniale. La determinazione del profitto confiscabile deve basarsi sul reale arricchimento del soggetto e non su cifre teoriche al lordo delle tasse. La decisione rappresenta una guida fondamentale per la corretta qualificazione dei reati commessi all’interno delle istituzioni pubbliche.

Qual è la differenza principale tra peculato e truffa aggravata?
Il peculato si configura quando il pubblico ufficiale si appropria di denaro di cui ha già il possesso per ragioni d’ufficio, mentre la truffa si verifica quando il soggetto ottiene la disponibilità del denaro solo successivamente tramite inganni o raggiri.

Come si calcola il valore della confisca per equivalente in questi casi?
La confisca deve colpire esclusivamente il profitto netto realmente percepito dal beneficiario, escludendo le somme trattenute alla fonte dallo Stato per le tasse, poiché queste non entrano mai nella reale disponibilità dell’indagato.

Cosa deve fare il giudice d’appello per ribaltare una sentenza di primo grado?
Il giudice d’appello ha l’obbligo di fornire una motivazione rafforzata, spiegando in modo rigoroso e dettagliato i motivi per cui ritiene errata la decisione precedente e giustificando la nuova qualificazione giuridica dei fatti.

Termini giuridici

Peculato
Appropriazione indebita di denaro o beni pubblici da parte di un pubblico ufficiale che ne ha il possesso per ragioni d'ufficio.
Truffa aggravata
Ottenimento di un ingiusto profitto a danno dello Stato o di un ente pubblico tramite raggiri o inganni.
Confisca per equivalente
Misura che consente allo Stato di espropriare beni di valore pari al profitto del reato, quando non è possibile recuperare il denaro originario.
Motivazione rafforzata
Obbligo del giudice d'appello di spiegare dettagliatamente perché smentisce la decisione del giudice di primo grado.
Autore mediato
Chi commette un reato servendosi di un'altra persona inconsapevole o indotta in errore come strumento.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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