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Patteggiamento in appello: limiti del ricorso

La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato che, dopo aver accettato il patteggiamento in appello, lamentava la mancata motivazione sul proscioglimento. La Corte chiarisce che l’accordo sulla pena implica la rinuncia agli altri motivi, limitando il potere del giudice.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Patteggiamento in appello: quando l’accordo preclude il ricorso

L’istituto del patteggiamento in appello, reintrodotto dalla Legge n. 103/2017 (cd. Riforma Orlando), offre una via per la definizione concordata del processo anche in secondo grado. Tuttavia, la scelta di questo percorso processuale comporta conseguenze significative sui successivi gradi di giudizio. Con l’ordinanza in esame, la Corte di Cassazione ribadisce un principio fondamentale: l’accordo sulla pena in appello implica la rinuncia ai motivi di impugnazione, rendendo inammissibile un successivo ricorso basato su censure a cui si è implicitamente rinunciato.

Il caso: dalla condanna all’accordo in secondo grado

Il caso trae origine dalla condanna di un imputato per il reato previsto dall’art. 291-bis del d.P.R. n. 43/1973. Successivamente, nel corso del giudizio di secondo grado dinanzi alla Corte d’Appello, l’imputato raggiungeva un accordo con la Procura Generale per la rideterminazione della pena. La Corte d’Appello, recependo tale accordo, emetteva la sentenza ai sensi dell’art. 599-bis del codice di procedura penale.

Il ricorso in Cassazione: una questione di motivazione

Nonostante l’accordo raggiunto, l’imputato proponeva ricorso per Cassazione, articolando un’unica censura: il difetto di motivazione da parte della Corte d’Appello in merito al diniego di proscioglimento secondo l’art. 129 c.p.p. In sostanza, il ricorrente sosteneva che il giudice d’appello, prima di ratificare l’accordo, avrebbe dovuto valutare e motivare l’assenza di cause evidenti di non punibilità.

I limiti del patteggiamento in appello

La Corte di Cassazione ha rigettato tale tesi, dichiarando il ricorso inammissibile. Il fulcro della decisione risiede nella natura stessa del patteggiamento in appello. Questo istituto si basa su una scelta volontaria dell’imputato che, in cambio di una pena concordata, rinuncia a portare avanti i motivi di appello precedentemente formulati. Tale rinuncia restringe l’ambito di valutazione del giudice.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha chiarito che, in virtù dell’effetto devolutivo proprio dell’impugnazione, una volta che l’imputato rinuncia ai motivi di appello per accedere al concordato, la cognizione del giudice di secondo grado è limitata ai soli aspetti non coperti da tale rinuncia. Di conseguenza, il giudice non è tenuto a motivare né sul mancato proscioglimento dell’imputato per una delle cause previste dall’art. 129 c.p.p., né sulla sussistenza di eventuali cause di nullità assoluta o di inutilizzabilità delle prove. L’accordo sulla pena assorbe e supera le doglianze originarie. Citando un proprio precedente (Sez. 4, n. 52803/2018), la Corte ha ribadito che la cognizione del giudice è circoscritta ai motivi non oggetto di rinuncia. Poiché la richiesta di proscioglimento rientra nei motivi a cui si rinuncia con il patteggiamento, il ricorso volto a contestarne la mancata motivazione è intrinsecamente inammissibile.

Conclusioni: le implicazioni pratiche della decisione

Questa ordinanza consolida un orientamento giurisprudenziale chiaro: la scelta del patteggiamento in appello è una decisione strategica che chiude le porte a future contestazioni sul merito della vicenda. L’imputato e il suo difensore devono essere consapevoli che l’accordo sulla pena costituisce una rinuncia tombale ai motivi di appello e, di riflesso, preclude la possibilità di sollevare le medesime questioni in sede di legittimità. La decisione della Cassazione, oltre a dichiarare l’inammissibilità del ricorso, ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, a sottolineare le conseguenze di un’impugnazione priva di fondamento giuridico.

Dopo aver concordato la pena in appello, posso ancora ricorrere in Cassazione lamentando che il giudice non mi ha prosciolto?
No. Secondo la Corte, l’accordo sulla pena (“patteggiamento in appello”) implica una rinuncia ai motivi di appello originari. Di conseguenza, il giudice non è tenuto a motivare il mancato proscioglimento ai sensi dell’art. 129 c.p.p. e un ricorso basato su tale censura è inammissibile.

Cosa significa che la cognizione del giudice è limitata dall’effetto devolutivo dell’impugnazione?
Significa che il potere decisionale del giudice d’appello è limitato esclusivamente ai punti della sentenza di primo grado che sono stati specificamente contestati. Se l’imputato rinuncia a tali contestazioni per accordarsi sulla pena, il giudice non può più esaminarle nel merito.

Quali sono le conseguenze se il ricorso viene dichiarato inammissibile?
La declaratoria di inammissibilità comporta, secondo l’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una somma di denaro alla Cassa delle ammende, che in questo caso è stata equitativamente fissata in tremila euro.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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