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Ordine Indagine Europeo: Cassazione su chat criptate

La Corte di Cassazione annulla un’ordinanza di custodia cautelare basata su chat criptate ottenute dalla Francia tramite un Ordine di Indagine Europeo. La sentenza stabilisce che l’acquisizione di comunicazioni memorizzate, anche se non in corso, lede la segretezza della corrispondenza e richiede la preventiva autorizzazione del giudice, non essendo sufficiente il solo decreto del pubblico ministero. La Corte sottolinea la necessità di una corretta qualificazione giuridica dell’atto investigativo e rinvia al Tribunale per una nuova valutazione sulla base dei principi enunciati.

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Pubblicato il 19 febbraio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ordine Indagine Europeo e Chat Criptate: La Cassazione Fissa i Paletti

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 44154 del 2023, interviene su un tema di cruciale attualità: l’utilizzabilità delle prove digitali, in particolare le chat criptate, acquisite da un altro Stato membro tramite un Ordine di Indagine Europeo (OEI). La decisione chiarisce un punto fondamentale: per acquisire comunicazioni memorizzate su server esteri è sempre necessaria la preventiva autorizzazione di un giudice, a garanzia della libertà e segretezza della corrispondenza tutelata dalla Costituzione.

I Fatti del Caso: L’Acquisizione di Chat da un Server Estero

Il caso trae origine da un’indagine per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. La misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato si basava in modo significativo sui contenuti di conversazioni avvenute su una piattaforma di messaggistica criptata. Tali conversazioni erano state acquisite dall’autorità giudiziaria francese, che aveva decifrato i messaggi memorizzati su un server localizzato in Francia, e successivamente trasmesse alla Procura italiana in esecuzione di un Ordine di Indagine Europeo.

Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura cautelare, qualificando i dati acquisiti come semplici “documenti informatici” o “dati freddi”, per i quali riteneva sufficiente l’iniziativa del Pubblico Ministero, senza necessità di un preventivo vaglio del giudice.

L’Ordine Indagine Europeo e la Difesa: Violazione delle Garanzie

La difesa dell’indagato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che l’attività svolta all’estero non fosse una mera acquisizione documentale, ma una vera e propria forma di intercettazione o, comunque, un sequestro di corrispondenza. Secondo il ricorrente, tale attività, incidendo su diritti fondamentali, avrebbe richiesto necessariamente l’autorizzazione preventiva di un giudice, come previsto dalla normativa italiana e dai principi europei. L’Ordine di Indagine Europeo emesso dal solo Pubblico Ministero sarebbe stato, quindi, illegittimo, con conseguente inutilizzabilità delle prove così raccolte.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, annullando l’ordinanza del Tribunale e rinviando per un nuovo giudizio. Il ragionamento dei giudici di legittimità è articolato e si fonda sulla corretta qualificazione giuridica dell’attività di indagine e sulla tutela dei diritti fondamentali.

La Corte chiarisce che l’acquisizione del contenuto di messaggi, anche se già avvenuta e memorizzata su un server (la cosiddetta fase “statica”), rientra a pieno titolo nella tutela offerta dall’art. 15 della Costituzione, che protegge la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione. Questa garanzia si estende a ogni strumento che l’evoluzione tecnologica mette a disposizione, compresi i sistemi di messaggistica elettronica.

Di conseguenza, qualsiasi atto che consenta di apprendere il contenuto di tali comunicazioni, anche se archiviate, costituisce una limitazione di una libertà fondamentale che la Costituzione affida alla cosiddetta “riserva di giurisdizione”. Ciò significa che solo un’autorità giudiziaria, ovvero un giudice terzo e imparziale, può autorizzare tale ingerenza, dopo averne valutato la necessità e la proporzionalità.

La Cassazione ha ritenuto che il Tribunale del Riesame abbia errato nel qualificare l’attività come una semplice acquisizione di documenti ai sensi dell’art. 234-bis cod. proc. pen. Si tratta, invece, di un atto assimilabile al sequestro di corrispondenza, che richiede sempre un provvedimento motivato del giudice. Pertanto, il Pubblico Ministero non era competente a emettere un Ordine di Indagine Europeo per questo specifico tipo di atto senza aver prima ottenuto l’autorizzazione dal Giudice per le Indagini Preliminari.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche della Sentenza

La sentenza stabilisce un principio di garanzia fondamentale nell’era della cooperazione giudiziaria digitale. Le implicazioni sono notevoli:

1. Necessità del Controllo Giudiziale: L’acquisizione di chat e comunicazioni elettroniche memorizzate, anche se effettuata all’estero tramite OEI, deve essere sempre preceduta da un provvedimento autorizzativo del giudice italiano. Non è sufficiente l’iniziativa del Pubblico Ministero.
2. Inutilizzabilità della Prova: Le prove acquisite tramite un OEI emesso da un’autorità incompetente (in questo caso, il PM senza l’autorizzazione del GIP) sono inutilizzabili nel procedimento penale.
3. Dovere di Qualificazione: Il giudice del riesame ha il dovere di qualificare correttamente la natura dell’atto di indagine richiesto all’estero, senza potersi limitare a una presunzione di legittimità dell’operato dell’autorità straniera.

In conclusione, la Corte di Cassazione ribadisce che le garanzie costituzionali non si fermano ai confini nazionali e che gli strumenti di cooperazione europea, come l’Ordine di Indagine Europeo, devono essere utilizzati nel pieno rispetto dei diritti fondamentali previsti dall’ordinamento italiano. Il Tribunale, in sede di rinvio, dovrà ora verificare se, esclusi i dati illegittimamente acquisiti, sussistano altri elementi sufficienti a giustificare la misura cautelare.

Il Pubblico Ministero può emettere un Ordine di Indagine Europeo (OEI) per acquisire chat memorizzate su server esteri senza l’autorizzazione del giudice?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che l’acquisizione di comunicazioni memorizzate rientra nella tutela costituzionale della segretezza della corrispondenza (art. 15 Cost.). Pertanto, è necessaria la preventiva autorizzazione di un giudice (riserva di giurisdizione), e il solo provvedimento del Pubblico Ministero non è sufficiente.

Come devono essere qualificati i messaggi di chat memorizzati su un server ai fini della loro acquisizione?
Non possono essere considerati semplici “documenti informatici”. Essi costituiscono una forma di corrispondenza e la loro acquisizione va inquadrata nelle disposizioni in materia di sequestro di corrispondenza o, comunque, in atti che richiedono l’intervento autorizzativo del giudice, sia che si tratti di comunicazioni in corso (fase dinamica) sia che si tratti di comunicazioni già avvenute e archiviate (fase statica).

Qual è la conseguenza se un OEI viene emesso da un’autorità incompetente per acquisire prove all’estero?
La conseguenza è l’inutilizzabilità della prova raccolta. Se l’atto di indagine, secondo la legge italiana, richiedeva l’autorizzazione del giudice, l’OEI emesso dal solo Pubblico Ministero è illegittimo. La prova ottenuta tramite tale ordine non può essere utilizzata nel procedimento penale per fondare una decisione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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