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Ordine europeo di indagine: la Cassazione e le chat

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso contro l’utilizzo di chat criptate ottenute tramite un ordine europeo di indagine. La sentenza ribadisce che le prove già raccolte da un’autorità estera (in questo caso, francese) possono essere acquisite dal PM italiano senza un’autorizzazione preventiva del giudice. Spetta alla difesa l’onere di dimostrare una concreta violazione dei diritti fondamentali nel paese di origine della prova, non essendo sufficiente eccepire la mancata consegna degli algoritmi di decriptazione.

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Pubblicato il 4 gennaio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ordine Europeo di Indagine e Chat Criptate: La Cassazione Fa Chiarezza

L’utilizzo di prove digitali provenienti dall’estero è una delle sfide più attuali del processo penale. Con una recente sentenza, la Corte di Cassazione ha affrontato il tema dell’acquisizione di conversazioni su piattaforme di messaggistica cifrata tramite un Ordine europeo di indagine, consolidando i principi già espressi dalle Sezioni Unite. La decisione chiarisce i confini tra le competenze dell’autorità giudiziaria italiana e quella straniera, e definisce gli oneri della difesa nel contestare la legittimità di tali prove.

I Fatti del Caso: Acquisizione di Prove Tramite Cooperazione Europea

Il caso trae origine da un’indagine per traffico internazionale di sostanze stupefacenti. L’impianto accusatorio si fondava in gran parte su conversazioni avvenute su una nota piattaforma di comunicazione criptata. Tali dati erano stati acquisiti dall’autorità giudiziaria francese nell’ambito di un’autonoma inchiesta e successivamente trasmessi alla Procura italiana, che ne aveva fatto richiesta tramite un Ordine europeo di indagine (o.e.i.).

La difesa del ricorrente aveva contestato l’utilizzabilità di queste chat, sostenendo diverse violazioni procedurali. In particolare, si lamentava che l’acquisizione fosse avvenuta senza un’autorizzazione preventiva di un giudice italiano, che le chat non potessero essere considerate ‘documenti informatici’ e che la mancata consegna delle chiavi di decriptazione avesse compromesso il diritto di difesa.

La Decisione della Cassazione sull’Ordine europeo di indagine

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto che le censure sollevate fossero una mera riproposizione di argomenti già respinti in sede di riesame e, soprattutto, che si ponessero in contrasto con i principi consolidati espressi dalle Sezioni Unite in casi analoghi.

La Corte ha stabilito che il ricorso non si confrontava adeguatamente con le motivazioni del Tribunale del riesame, il quale aveva già chiarito come le prove fossero state raccolte in modo autonomo in Francia e solo successivamente richieste dall’Italia. Pertanto, l’atto impugnato era corretto nell’applicazione delle norme sulla cooperazione giudiziaria europea.

Le Motivazioni: Principi sull’uso dell’Ordine europeo di indagine

La sentenza si fonda su un’analisi dettagliata dei principi che regolano l’Ordine europeo di indagine, così come interpretati dalle Sezioni Unite della Cassazione e dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Acquisizione di Prove Già Esistenti

Il punto cruciale è la distinzione tra un o.e.i. che richiede il compimento di un nuovo atto di indagine (es. una nuova intercettazione) e uno che chiede la trasmissione di prove già esistenti e disponibili presso l’autorità estera. Nel secondo caso, come quello in esame, il pubblico ministero italiano è competente a emettere l’ordine senza la necessità di un’autorizzazione preventiva del giudice. Graverà poi sul giudice del procedimento italiano il compito di valutare l’ammissibilità e l’utilizzabilità della prova acquisita, secondo le regole del codice di procedura penale (artt. 238 e 270 c.p.p.).

Ripartizione delle Competenze e Presunzione di Legittimità

La Corte ribadisce il principio della lex loci, secondo cui le modalità di esecuzione dell’atto di indagine sono regolate dalla legge dello Stato di esecuzione (in questo caso, la Francia). Le questioni sulla regolarità della raccolta della prova vanno sollevate in quella sede. Lo Stato di emissione (Italia) opera sulla base di una presunzione di conformità dell’attività svolta all’estero ai diritti fondamentali. Questa presunzione non è assoluta, ma spetta alla parte che ne lamenta la violazione fornire allegazioni specifiche e prove concrete a sostegno della propria tesi.

Onere della Difesa e Algoritmo di Criptazione

Di conseguenza, non è sufficiente per la difesa eccepire genericamente una violazione delle norme. Deve invece dimostrare che l’acquisizione della prova all’estero ha comportato una lesione concreta dei diritti fondamentali riconosciuti dall’ordinamento italiano. Su questo punto, la Cassazione ha chiarito che la mancata disponibilità dell’algoritmo di decriptazione non costituisce, di per sé, una violazione del diritto di difesa. È onere della difesa, infatti, indicare specifiche ragioni per cui si dubita dell’affidabilità del contenuto delle comunicazioni decriptate, poiché ogni messaggio è inscindibilmente legato a una chiave di cifratura univoca.

Le Conclusioni

La sentenza consolida un orientamento giurisprudenziale di fondamentale importanza nell’era della criminalità transnazionale e delle prove digitali. Le conclusioni che se ne possono trarre sono le seguenti:
1. Potere del PM: Il pubblico ministero ha il potere di acquisire, tramite Ordine europeo di indagine, prove già raccolte all’estero senza un vaglio preventivo del giudice italiano.
2. Controllo Giurisdizionale Differito: Il controllo sull’utilizzabilità della prova è posticipato e spetta al giudice del procedimento ad quem (quello in cui la prova viene usata).
3. Onere della Prova sulla Difesa: La difesa che intende contestare l’utilizzabilità di tali prove deve superare una presunzione di legittimità, fornendo elementi concreti che dimostrino la violazione dei diritti fondamentali nello Stato di esecuzione.

È necessaria l’autorizzazione di un giudice italiano per acquisire, tramite ordine europeo di indagine, prove già raccolte da un’autorità giudiziaria di un altro Stato UE?
No. Se le prove sono già state acquisite e sono nella disponibilità dell’autorità estera, il pubblico ministero italiano può richiederne la trasmissione tramite o.e.i. senza un’autorizzazione preventiva del giudice. Il controllo giudiziario sull’utilizzabilità della prova avverrà successivamente, nel corso del processo italiano.

Su chi grava l’onere di dimostrare che l’acquisizione della prova all’estero ha violato i diritti fondamentali?
L’onere grava sulla difesa. Vige una presunzione secondo cui lo Stato membro che ha raccolto la prova ha rispettato i diritti fondamentali. Pertanto, la parte che eccepisce l’inutilizzabilità deve allegare e provare i fatti specifici da cui deriverebbe la violazione.

La mancata consegna dell’algoritmo di decriptazione delle chat costituisce una violazione del diritto di difesa?
No, non di per sé. Secondo la Corte, questa circostanza non determina in automatico una violazione dei diritti fondamentali. La difesa deve fornire allegazioni specifiche per contestare l’affidabilità del contenuto delle comunicazioni decifrate, poiché il sistema di criptazione lega inscindibilmente ogni messaggio alla sua chiave.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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