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Ordine di indagine europeo: utilizzabilità delle prove

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro la misura della custodia cautelare in carcere, basata su prove (chat criptate) acquisite dalla Francia tramite un ordine di indagine europeo. La Corte ha stabilito che il giudice italiano non può sindacare la legittimità della procedura di acquisizione originaria svolta nello Stato estero, in virtù del principio del mutuo riconoscimento. È stata confermata la competenza del pubblico ministero a emettere l’ordine per prove già esistenti e l’irrilevanza della mancata iscrizione dell’indagato nel registro al momento dell’emissione dell’ordine stesso.

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Pubblicato il 30 dicembre 2025 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ordine di indagine europeo: La Cassazione sulla validità delle prove da chat criptate

La cooperazione giudiziaria all’interno dell’Unione Europea è uno strumento fondamentale nella lotta alla criminalità transnazionale. Un recente caso esaminato dalla Corte di Cassazione ha offerto importanti chiarimenti sull’utilizzo dell’ordine di indagine europeo (OIE) per l’acquisizione di prove digitali, come le conversazioni su piattaforme criptate. La sentenza affronta il delicato equilibrio tra l’efficacia delle indagini e la tutela dei diritti fondamentali, ribadendo la centralità del principio di mutuo riconoscimento tra gli Stati membri.

I Fatti del Caso

Il caso trae origine dal ricorso presentato da un individuo sottoposto a custodia cautelare in carcere per reati legati al traffico internazionale di stupefacenti. La misura cautelare si fondava in larga parte su elementi probatori acquisiti dalle autorità francesi, nello specifico conversazioni scambiate su una piattaforma di messaggistica criptata. Tali prove erano state ottenute dal pubblico ministero italiano attraverso l’emissione di un ordine di indagine europeo.

La difesa dell’indagato ha contestato la legittimità di tale acquisizione, sollevando diverse eccezioni, tra cui:
* La violazione delle norme europee e dei principi sanciti da una recente sentenza della Corte di Giustizia dell’UE (nota come sentenza EncroChat), sostenendo che il giudice italiano avrebbe dovuto verificare la conformità delle procedure francesi a quelle previste in Italia per un “caso interno analogo”.
* La competenza del solo giudice, e non del pubblico ministero, a disporre l’acquisizione di intercettazioni.
* La mancata iscrizione dell’indagato nel registro delle notizie di reato al momento dell’emissione dell’OIE.
* L’assenza di garanzie di autenticità e integrità dei dati trasmessi.

L’Ordine di Indagine Europeo e la Decisione della Corte

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendo infondati tutti i motivi di doglianza e confermando la piena utilizzabilità delle prove acquisite. La decisione si basa su una netta distinzione tra l’atto di indagine iniziale (l’intercettazione) e la successiva acquisizione di prove già esistenti.

Secondo la Corte, l’OIE in questione non richiedeva alla Francia di compiere nuove intercettazioni, ma di trasmettere i risultati di attività investigative già concluse e in loro possesso. Questa distinzione è cruciale per definire le competenze e i limiti del controllo del giudice dello Stato di emissione (l’Italia).

Le Motivazioni della Sentenza

La Corte ha articolato il proprio ragionamento su alcuni pilastri fondamentali della cooperazione giudiziaria europea.

Principio del Mutuo Riconoscimento e Limiti del Giudice Italiano

Il fulcro della decisione risiede nel principio del mutuo riconoscimento. L’autorità giudiziaria italiana, quando riceve prove tramite OIE, non ha il potere di riesaminare e giudicare la legittimità della procedura con cui tali prove sono state raccolte nello Stato di esecuzione (la Francia). Esiste una presunzione di rispetto dei diritti fondamentali da parte degli altri Stati membri. Ammettere un controllo di questo tipo significherebbe minare la fiducia reciproca su cui si fonda l’intero sistema di cooperazione europea. L’unica eccezione riguarda la palese violazione dei diritti fondamentali, che però deve essere specificamente allegata e provata dalla difesa, la quale aveva a disposizione rimedi giurisdizionali nello Stato di esecuzione per contestare l’operato delle autorità locali.

Competenza del Pubblico Ministero per l’Acquisizione di Prove Esistenti

La Corte chiarisce che, mentre l’autorizzazione a compiere un’intercettazione in tempo reale richiede l’intervento di un giudice, la richiesta di trasmissione di prove già raccolte e disponibili (“dati freddi”) rientra nelle competenze del pubblico ministero. La normativa europea e quella nazionale di recepimento consentono espressamente al PM di emettere un OIE per acquisire prove già in possesso di un’altra autorità giudiziaria europea.

Conformità con la Giurisprudenza Europea

Contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa, la Cassazione ha ritenuto la propria posizione perfettamente in linea con la sentenza della Corte di Giustizia dell’UE sul caso EncroChat. Tale pronuncia, infatti, pur stabilendo importanti garanzie, ha confermato che il controllo dello Stato di emissione si limita a verificare che il reato per cui si procede consenta, nel proprio ordinamento, il ricorso a quel tipo di atto investigativo (nel caso di specie, il narcotraffico consente ampiamente le intercettazioni in Italia), senza estendersi alle specifiche modalità procedurali adottate dall’altro Stato.

Irrilevanza della Mancata Iscrizione Preventiva

Infine, la Corte ha stabilito che l’emissione di un ordine di indagine europeo è essa stessa un atto di indagine. Pertanto, può legittimamente precedere la formale iscrizione di un soggetto nel registro degli indagati, specialmente quando le prove richieste sono indispensabili per l’accertamento di reati gravi.

Conclusioni

La sentenza consolida l’efficacia dell’ordine di indagine europeo come strumento investigativo, riaffermando la centralità del principio di mutuo riconoscimento. Viene tracciata una linea chiara: lo Stato richiedente si fida della legittimità delle procedure dello Stato che esegue, e il suo controllo è limitato alla compatibilità dell’atto con il proprio ordinamento in termini di gravità del reato. Questa pronuncia offre quindi una guida preziosa per gli operatori del diritto, confermando che la lotta alla criminalità organizzata passa necessariamente attraverso una cooperazione basata sulla fiducia e sull’efficienza degli strumenti normativi europei.

Un giudice italiano può dichiarare inutilizzabile una prova ottenuta tramite OIE perché la procedura seguita nello Stato estero non rispetta le norme italiane?
No, in base al principio del mutuo riconoscimento, il giudice dello Stato di emissione (Italia) non può controllare la regolarità della procedura con cui lo Stato di esecuzione (in questo caso, la Francia) ha raccolto la prova. Il controllo è escluso, a meno di una palese violazione dei diritti fondamentali che deve essere provata dalla parte interessata.

Il pubblico ministero è competente a emettere un ordine di indagine europeo per acquisire i risultati di intercettazioni già eseguite all’estero?
Sì. La Corte distingue tra l’autorizzazione a compiere un’intercettazione (che richiederebbe l’intervento di un giudice) e la richiesta di trasmissione di prove già esistenti e raccolte. Per quest’ultima attività, la normativa europea e nazionale attribuisce la competenza anche al pubblico ministero.

È necessario che una persona sia già iscritta nel registro degli indagati in Italia perché possa essere emesso un OIE nei suoi confronti?
No, non è necessario. L’emissione di un OIE è essa stessa un atto di indagine preliminare e può avvenire prima della formale iscrizione, soprattutto quando le prove richieste sono indispensabili per proseguire le indagini e per la stessa iscrizione della notizia di reato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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