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Ordine di demolizione: il silenzio assenso non salva l’abuso

Una proprietaria chiedeva di bloccare l’ordine di demolizione di un immobile abusivo, sostenendo di aver ottenuto un titolo edilizio tramite perizia giurata e silenzio assenso ai sensi della legge regionale siciliana. La ricorrente affermava inoltre che il superamento dei limiti di volumetria non sussistesse, dovendosi calcolare tre unità immobiliari distinte e separate. Il Tribunale prima e la Corte di Cassazione poi hanno respinto la richiesta. I giudici hanno affermato che le semplificazioni regionali non possono aggirare i requisiti nazionali di condonabilità. Inoltre, vige il principio di immanenza dell’abuso: l’immobile va valutato nella sua totale consistenza volumetrica e non in modo frazionato. L’ordine di demolizione resta dunque pienamente valido ed eseguibile, con condanna della donna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.

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Pubblicato il 12 ottobre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Riferimento Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 35506 Anno 2026 (Cass. pen. sez. 7 n. 35506/2026)

Principio di diritto La semplificazione procedurale regionale basata su perizia giurata e silenzio assenso non limita il potere del giudice dell'esecuzione penale di verificare la reale condonabilità dell'opera secondo i requisiti statali. Ai fini della sanatoria, l'abuso edilizio deve essere valutato nella sua volumetria globale e unitaria, restando irrilevante qualsiasi frazionamento materiale o giuridico dell'immobile.

Il blocco dell’ordine di demolizione tra condono e volumi abusivi

L’ordine di demolizione rappresenta la conseguenza inevitabile per gli immobili costruiti senza titolo abilitativo. Spesso i proprietari tentano di evitare l’abbattimento invocando procedure semplificate o sanatorie regionali. La Corte di Cassazione ha affrontato un caso emblematico riguardante la richiesta di revoca di un provvedimento di demolizione definitivo. I giudici hanno chiarito i confini tra le competenze amministrative regionali e i poteri di controllo del giudice penale.

Una cittadina subiva una condanna penale irrevocabile con l’ordine di demolire la propria abitazione. Anni dopo, la proprietaria presentava istanza al giudice dell’esecuzione per ottenere la revoca o la sospensione della demolizione. A supporto della richiesta, la donna esibiva una perizia giurata redatta secondo la legge regionale siciliana. A suo avviso, il decorso del tempo aveva perfezionato un titolo abilitativo tramite silenzio assenso. Inoltre, la proprietaria contestava il calcolo delle volumetrie, sostenendo che l’immobile fosse diviso in tre unità distinte e quindi rientrasse nei limiti del condono edilizio.

La decisione della Cassazione sull’istanza della proprietaria

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione del tribunale, negando la revoca o la sospensione della demolizione. La proprietaria non ottiene la sanatoria dell’immobile e deve ora provvedere all’abbattimento della struttura. In aggiunta, la Corte ha condannato la ricorrente al pagamento di tutte le spese di procedura e a versare tremila euro alla Cassa delle ammende.

La prevalenza della legge nazionale e la valutazione globale dell’immobile

Le motivazioni della Suprema Corte affrontano due questioni centrali. Sul primo punto, i giudici hanno ribadito che le norme regionali introducono solo semplificazioni burocratiche. Queste disposizioni locali non possono modificare né attenuare i requisiti sostanziali di condonabilità fissati dalla legge statale. Il giudice dell’esecuzione conserva sempre il potere e il dovere di controllare se l’opera possieda davvero i requisiti di legge. Una perizia giurata o un meccanismo di silenzio assenso non impediscono tale verifica penale.

Sul secondo profilo, la Corte ha applicato il principio di immanenza dell’abuso edilizio. L’illiceità di una costruzione non cessa con la fine dei lavori, ma permane sul bene in modo ininterrotto. Qualsiasi opera successiva su una struttura abusiva non sanata si unisce alla violazione iniziale. Da questo discende che l’immobile deve essere valutato nella sua interezza e non frazionato ad arte. Chi costruisce abusivamente non può dividere fittiziamente un unico edificio in più parti per rientrare nei limiti di cubatura del condono. L’impatto sul territorio deriva dall’insieme dei manufatti, imponendo una visione unitaria della volumetria totale.

Le conseguenze pratiche per i titolari di immobili abusivi

La pronuncia comporta effetti pratici molto rigorosi per chi affronta procedimenti di esecuzione penale edilizia. I cittadini non possono fare affidamento su perizie di parte o su silenzi della pubblica amministrazione per bloccare la ruspa. Se l’opera supera i limiti volumetrici previsti dalla normativa nazionale, il giudice penale ignorerà il presunto titolo edilizio.

Allo stesso modo, risulta inutile qualsiasi tentativo di frazionare l’immobile dopo la condanna per aggirare i tetti di cubatura. I giudici analizzeranno l’intero corpo di fabbrica nella sua fisionomia complessiva. Chi promuove ricorsi privi di fondamento solido rischia anche severe sanzioni economiche in favore della Cassa delle ammende.

Una legge regionale può rendere condonabile un abuso non sanabile per lo Stato?
No, le leggi regionali possono semplificare le procedure amministrative ma devono sempre rispettare i requisiti sostanziali stabiliti dalla legislazione nazionale.

Il giudice penale può verificare la validità di un titolo edilizio ottenuto per silenzio assenso?
Sì, il giudice dell’esecuzione ha il potere e il dovere di accertare l’effettiva sussistenza dei requisiti di legge, a prescindere dalla perizia giurata presentata dal privato.

Si possono dividere le stanze di una casa abusiva per rientrare nei limiti volumetrici del condono?
No, l’abuso edilizio viene valutato nella sua globalità e consistenza unitaria, rendendo irrilevante la suddivisione successiva in più unità immobiliari.

Termini giuridici

Giudice dell'esecuzione
Il magistrato incaricato di verificare la corretta attuazione delle sentenze penali divenute definitive.
Silenzio assenso
Il meccanismo per cui l'inerzia della Pubblica Amministrazione entro un termine equivale all'accoglimento della domanda.
Ne bis in idem
Il divieto di processare o sanzionare due volte la stessa persona per il medesimo fatto illecito.
Disapplicazione dell'atto
Il potere del giudice di considerare privo di effetti un atto illegittimo ai fini del giudizio.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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