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Apporre sul parabrezza dell’auto un certificato assicurativo falso

Inoltre, non ricorrerebbe la necessaria sequenza artificio – induzione in errore – profitto, perché, al contrario, il profitto sarebbe realizzato immediatamente, grazie al versamento di una somma inferiore, e l’alterazione del contrassegno risulterebbe finalizzata a dissimulare il profitto già ottenuto. Simili rilievi, valgono ovviamente nella ipotesi, come nel caso di specie, posto che tra il contravventore e la pubblica amministrazione non sussisteva, prima della falsificazione del certificato di assicurazione, alcun rapporto di debito, tributario o di altra natura; sicché il comportamento fraudolento in nessun modo poteva correlarsi ad un danno all’erario, neppure dilatando al massimo la nozione di atto di disposizione di carattere omissivo.

Pubblicato il 10 November 2006 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Non integra la fattispecie del tentativo di truffa l’apporre sul parabrezza dell’auto un certificato assicurativo falso.

Partendo dalla premessa per la quale la struttura della truffa, secondo il suo schema tradizionale, sarebbe presente, come requisito implicito, quello dell’atto di disposizione patrimoniale – quale elemento intermedio derivante dall’errore e causa dell’ingiusto profitto con altrui danno (la truffa è stato sostenuto, sarebbe appunto caratterizzata da tre eventi) – si è infatti osservato, al riguardo, che, pur ammettendosi la configurabilità di un atto dispositivo di carattere omissivo, nell’ambito della condotta innanzi delineata mancherebbe un qualsiasi atto di disposizione patrimoniale, non essendo esso ravvisabile nel fatto che gli organi di controllo, indotti in errore, non contestino l’evasione tributaria, né tantomeno nel fatto che l’erario si limiti a subire la inadempienza dell’agente al momento del versamento della somma inferiore a quella dovuta: il reato, si è ancora osservato, non sarebbe nella specie ipotizzabile perché manca la necessaria cooperazione della vittima.

Inoltre, non ricorrerebbe la necessaria sequenza artificio – induzione in errore – profitto, perché, al contrario, il profitto sarebbe realizzato immediatamente, grazie al versamento di una somma inferiore, e l’alterazione del contrassegno risulterebbe finalizzata a dissimulare il profitto già ottenuto.

Simili rilievi, valgono ovviamente nella ipotesi, come nel caso di specie, posto che tra il contravventore e la pubblica amministrazione non sussisteva, prima della falsificazione del certificato di assicurazione, alcun rapporto di debito, tributario o di altra natura; sicché il comportamento fraudolento in nessun modo poteva correlarsi ad un danno all’erario, neppure dilatando al massimo la nozione di atto di disposizione di carattere omissivo.

Il profitto conseguito dall’imputato, infatti, era quello derivante dalla circolazione senza la copertura assicurativa: dunque, un fatto del tutto neutro agli effetti di un ipotetico danno erariale, proprio perché quella condotta non era destinata a spostare risorse economiche dal soggetto in ipotesi truffato dall’autore di tale condotta.

Cassazione Penale, Seconda Sezione, Sentenza n. 34179 del 3 ottobre 2006 – depositata il 12 ottobre 2006

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