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Molestia via social: quando scatta il reato penale

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di Molestia via social a carico di un soggetto che aveva inviato messaggi insistenti e immagini oscene tramite Facebook Messenger. La difesa sosteneva che l’uso dei social network non fosse equiparabile al mezzo telefonico tradizionale, poiché l’utente può disattivare le notifiche. I giudici hanno invece stabilito che la piattaforma Messenger, permettendo una percezione immediata del messaggio sul dispositivo della vittima, possiede un carattere invasivo tale da integrare la fattispecie penale prevista dall’articolo 660 del codice penale.

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Pubblicato il 25 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Molestia via social: la Cassazione conferma la rilevanza penale

L’evoluzione tecnologica ha trasformato radicalmente le modalità di interazione, portando la giurisprudenza a confrontarsi con nuove forme di disturbo. La Molestia via social rappresenta oggi una delle frontiere più calde del diritto penale, specialmente quando l’uso di piattaforme di messaggistica istantanea diventa uno strumento di intrusione nella vita privata altrui.

I fatti di causa

Il caso trae origine dalla condanna di un uomo che, per motivi biasimevoli, aveva inviato a una donna numerosi messaggi tramite il social network Facebook. Tali comunicazioni, inizialmente finalizzate a una conoscenza insistente, erano culminate nell’invio di fotografie dal contenuto sessuale esplicito. L’imputato era stato condannato in primo e secondo grado alla pena di quindici giorni di arresto. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, contestando sia l’identificazione del profilo social, sia la configurabilità del reato, sostenendo che i messaggi social non fossero invasivi quanto una telefonata tradizionale.

La decisione della Corte

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l’invio di messaggi tramite Messenger è del tutto equiparabile all’invio di SMS o messaggi WhatsApp. La prova della riconducibilità del profilo all’imputato è stata ritenuta solida, basandosi sulla coincidenza del nome, delle foto pubblicate e della professione dichiarata, incrociata con i dati della banca dati SDI. La Corte ha inoltre superato un precedente orientamento più restrittivo, affermando che la possibilità di disattivare le notifiche non esclude la natura molesta della condotta.

Le motivazioni

Le motivazioni della sentenza si fondano sul concetto di invasività del mezzo impiegato. La Corte ha stabilito che l’articolo 660 del codice penale punisce non solo le telefonate vocali, ma ogni comunicazione che giunga al dispositivo del destinatario con modalità tali da condizionarne la tranquillità. Nel caso di specie, gli screenshot hanno dimostrato che i messaggi erano direttamente visionabili sul cellulare della vittima tramite notifiche istantanee e anteprime. La facoltà della vittima di bloccare il mittente o disattivare gli avvisi interviene solo in un momento successivo e non cancella l’intrusione già avvenuta nella sfera privata. Pertanto, ciò che rileva è la capacità del mezzo di raggiungere direttamente il destinatario, indipendentemente dalla sua volontà di interagire.

Le conclusioni

In conclusione, la sentenza ribadisce che la tutela della quiete psichica prevale sulle distinzioni tecnologiche tra mezzi di comunicazione sincroni e asincroni. La Molestia via social è pienamente integrata quando la comunicazione digitale produce un turbamento immediato e sgradito. Questa decisione avverte gli utenti della rete che l’uso distorto dei servizi di messaggistica può comportare gravi conseguenze penali, equiparando di fatto la bacheca virtuale e le chat private agli strumenti di comunicazione tradizionale protetti dalla legge. La responsabilità penale non viene meno nemmeno in presenza di impostazioni di privacy che il destinatario avrebbe potuto attivare per difendersi.

Inviare messaggi insistenti su Facebook Messenger può essere considerato reato?
Sì, se i messaggi sono inviati per biasimevole motivo e sono percepiti immediatamente sul dispositivo della vittima, integrano il reato di molestia o disturbo alle persone.

La possibilità di bloccare un utente esclude la responsabilità penale per molestia?
No, il reato si perfeziona nel momento in cui la comunicazione invasiva giunge al destinatario e viene percepita, a prescindere dalle contromisure tecniche adottate successivamente.

Come viene provata l’identità di chi invia messaggi molesti da un profilo social?
L’identità può essere provata tramite indizi gravi e precisi come il nome dell’account, le foto caricate, la professione indicata e l’incrocio di dati con le banche dati delle forze di polizia.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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