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Mandato di arresto europeo e residenza in Italia

La Corte di Cassazione ha confermato la consegna di un cittadino straniero alle autorità del suo Paese d’origine in esecuzione di un Mandato di arresto europeo. Il ricorrente, condannato per furto e guida con documenti falsi, chiedeva di scontare la pena in Italia invocando il radicamento territoriale. Tuttavia, la Corte ha rilevato l’assenza del requisito della stabile dimora quinquennale, poiché l’interessato risultava irreperibile per lunghi periodi e i legami familiari in Italia erano solo recenti. La decisione ribadisce che il rifiuto della consegna richiede una prova rigorosa della permanenza effettiva e continuativa nello Stato.

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Pubblicato il 29 marzo 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Mandato di arresto europeo: i requisiti per scontare la pena in Italia

Il Mandato di arresto europeo è il pilastro della cooperazione giudiziaria nell’Unione Europea, ma la sua applicazione solleva spesso questioni complesse riguardanti i diritti fondamentali e il radicamento sociale del condannato. Una recente sentenza della Corte di Cassazione chiarisce i limiti entro cui un cittadino straniero può chiedere di espiare la pena in Italia anziché essere consegnato allo Stato richiedente.

Il caso e la richiesta di esecuzione in Italia

La vicenda riguarda un cittadino straniero colpito da un Mandato di arresto europeo per reati di furto in abitazione e guida con patente contraffatta commessi all’estero. La difesa ha impugnato la decisione di consegna, sostenendo che l’uomo avesse maturato un radicamento tale in Italia da giustificare l’applicazione dell’art. 18-bis della Legge 69/2005. Tale norma permette, a certe condizioni, di rifiutare la consegna affinché la pena venga eseguita nello Stato di residenza, favorendo così il reinserimento sociale.

Il requisito della stabile dimora quinquennale

Per poter scontare la pena in Italia, la legge richiede che il soggetto risieda o dimori stabilmente nel territorio nazionale da almeno cinque anni. Questo requisito non è puramente formale, ma deve essere supportato da prove concrete di un’integrazione effettiva. Nel caso di specie, la Corte d’Appello aveva negato tale circostanza, evidenziando come il ricorrente fosse stato cancellato dalle liste anagrafiche per irreperibilità già diversi anni prima e come i suoi figli fossero giunti in Italia solo molto recentemente.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della consegna. I giudici hanno sottolineato che la generica dichiarazione di aver lavorato “in nero” non può sostituire la prova documentale del radicamento. Inoltre, la commissione di reati nello Stato estero proprio durante il periodo in cui si dichiarava di risiedere in Italia ha smentito la tesi della stabile dimora.

Le motivazioni

Le motivazioni della sentenza si fondano sull’analisi rigorosa dei parametri indicati dall’art. 18-bis, comma 2-bis, della L. 69/2005. La Corte ha stabilito che non spetta all’autorità giudiziaria compiere accertamenti d’ufficio su dichiarazioni vaghe, ma è onere della difesa fornire elementi univoci. La presenza dei figli sul territorio nazionale, documentata solo a partire dal 2022, è stata ritenuta un elemento di radicamento troppo recente per soddisfare il requisito del quinquennio necessario a bloccare il Mandato di arresto europeo.

Le conclusioni

In conclusione, la sentenza riafferma che il principio del mutuo riconoscimento tra Stati UE prevale qualora non venga dimostrato un legame solido e duraturo con lo Stato di esecuzione. Il radicamento sociale deve essere effettivo, documentato e risalente nel tempo. Questa pronuncia offre un monito importante: la semplice presenza dei familiari o il lavoro irregolare non sono sufficienti a evitare la consegna internazionale se manca la prova di una permanenza stabile e lecita per il periodo minimo previsto dalla normativa.

Quando si può evitare la consegna per un mandato di arresto europeo?
La consegna può essere rifiutata se il ricercato risiede o dimora stabilmente in Italia da almeno cinque anni e la Corte decide che la pena debba essere eseguita sul territorio nazionale per favorire il reinserimento.

Cosa serve per dimostrare il radicamento in Italia?
Occorrono prove documentali certe come la residenza anagrafica continuativa, contratti di lavoro regolari, estratti contributivi e l’iscrizione scolastica dei figli per un periodo di almeno cinque anni.

Il lavoro in nero aiuta a evitare l’estradizione europea?
No, le dichiarazioni generiche di lavoro irregolare senza indicazione di periodi precisi e prove documentali non sono considerate valide per dimostrare la stabile dimora o il radicamento sociale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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