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Lieve entità spaccio: quando è esclusa dalla Cassazione

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per detenzione di cocaina, confermando l’esclusione della fattispecie di lieve entità spaccio. La decisione si fonda su elementi oggettivi quali l’ingente quantitativo (52 grammi), l’elevato principio attivo (48%) e il considerevole numero di dosi ricavabili (169), ritenuti indicatori di una offensività non minima e incompatibili con la qualificazione del reato come di lieve entità.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Lieve entità spaccio: la Cassazione chiarisce i limiti

La qualificazione di un fatto di detenzione di stupefacenti come lieve entità spaccio ai sensi dell’art. 73, comma 5, D.P.R. 309/1990 rappresenta una questione cruciale nei processi penali, date le significative differenze di pena rispetto all’ipotesi ordinaria. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (n. 25740/2024) offre un’analisi dettagliata dei criteri che guidano questa distinzione, sottolineando come la presenza di indicatori di una certa gravità, come un elevato numero di dosi, possa escludere categoricamente l’applicazione della norma più favorevole.

I Fatti di Causa

Il caso trae origine dalla condanna inflitta dal Tribunale di Napoli Nord e confermata dalla Corte d’Appello di Napoli nei confronti di un individuo per il reato di detenzione ai fini di spaccio di cocaina. L’imputato, trovato in possesso di 52 grammi di sostanza con un principio attivo del 48%, da cui si sarebbero potute ricavare 169 dosi, ha presentato ricorso in Cassazione. La sua difesa si basava su un unico motivo: la presunta erronea qualificazione giuridica del fatto, che a suo dire avrebbe dovuto essere ricondotto alla fattispecie di lieve entità spaccio.

L’Analisi della Cassazione sulla lieve entità spaccio

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato, ritenendo la motivazione della sentenza d’appello congrua, esaustiva e pienamente rispettosa dei canoni interpretativi consolidati. I giudici di legittimità hanno ribadito che la valutazione sulla lieve entità deve essere complessiva e tenere conto di tutti i parametri indicati dalla norma: i mezzi, le modalità e le circostanze dell’azione, nonché la quantità e la qualità delle sostanze.

Nel caso specifico, sono stati valorizzati tre elementi chiave:
1. Il dato ponderale: 52 grammi di cocaina.
2. Il principio attivo: una concentrazione del 48%.
3. Il numero di dosi: 169 dosi potenzialmente immettibili sul mercato.

A questi si aggiunge la considerazione che l’imputato stava svolgendo la funzione di trasportatore della droga, un’attività logistica che si inserisce in un contesto criminale strutturato.

Il criterio dell’offensività

La Corte ha sottolineato che questi indici sono chiaramente rivelatori di un’attività di spaccio tutt’altro che minima. L’offensività del fatto, ovvero la lesione del bene giuridico tutelato (la salute pubblica), non può essere considerata di lieve entità di fronte a un numero così considerevole di dosi destinate al mercato. Questo approccio è in linea con l’orientamento costante della giurisprudenza, secondo cui la fattispecie del comma 5 può essere riconosciuta solo in ipotesi di ‘minima offensività penale’ della condotta.

Le Motivazioni della Decisione

La Cassazione ha motivato la propria decisione richiamando il proprio ‘diritto vivente’ in materia. Sebbene la valutazione debba essere globale, uno solo dei parametri, se particolarmente pregnante, può essere ritenuto preponderante e sufficiente a escludere la lieve entità. Nel caso di specie, il considerevole numero di dosi è stato giudicato un elemento escludente.

Inoltre, la Corte ha tracciato una netta distinzione tra il caso in esame e le ipotesi di cosiddetto ‘piccolo spaccio’, che si caratterizzano per una modesta entità di dosi divulgabili, quantificabili ‘a decine’ e non ‘a centinaia’. La condotta dell’imputato, pertanto, è stata ritenuta incompatibile con la finalità della norma che prevede un trattamento sanzionatorio più mite per fatti di marginale gravità.

Conclusioni

Con l’ordinanza n. 25740/2024, la Corte di Cassazione riafferma un principio fondamentale: la qualificazione di lieve entità spaccio non è un automatismo legato al solo peso della sostanza, ma il risultato di una valutazione complessiva che mira a cogliere la reale portata offensiva della condotta. Un numero elevato di dosi ricavabili, indicativo di un’attività destinata a un’ampia platea di consumatori, costituisce un fattore decisivo che può, anche da solo, impedire l’applicazione della fattispecie meno grave, confermando così una visione rigorosa a tutela della salute pubblica.

Quali parametri sono decisivi per escludere la lieve entità spaccio?
La Corte di Cassazione ha stabilito che, pur essendo necessaria una valutazione complessiva, alcuni parametri possono essere preponderanti. Nel caso specifico, il considerevole numero di dosi ricavabili (169) è stato ritenuto un elemento decisivo e sufficiente per escludere la qualificazione di lieve entità, in quanto indicatore di una significativa offensività della condotta.

La sola quantità di droga è sufficiente per determinare la gravità del reato?
No, la quantità (il dato ponderale) è solo uno degli elementi da considerare. La valutazione deve essere complessiva e includere la qualità della sostanza (principio attivo), le modalità dell’azione, i mezzi utilizzati e le circostanze del fatto. Un numero elevato di dosi, anche a parità di peso, può indicare una maggiore pericolosità.

Che differenza c’è tra ‘piccolo spaccio’ e il caso analizzato dalla Corte?
La Corte distingue nettamente le due situazioni. Il ‘piccolo spaccio’, compatibile con la lieve entità, si caratterizza per una modesta quantità di dosi detenute per la vendita, conteggiabili ‘a decine’. Il caso in esame, con 169 dosi potenziali, rientra invece in una logica di spaccio su scala più ampia, con dosi conteggiabili ‘a centinaia’, e quindi non può essere considerato di lieve entità.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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