LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Inammissibilità ricorso: i limiti dell’art. 448 c.p.p.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza in esame, ha dichiarato l’inammissibilità di un ricorso avverso una sentenza del Tribunale di Palermo. La decisione si fonda sulla constatazione che i motivi di impugnazione sollevati, relativi a una generica illegalità della pena per violazione dell’art. 133 c.p., non rientrano nel novero tassativo dei vizi deducibili ai sensi dell’art. 448, comma 2-bis, c.p.p. Questo caso evidenzia la rigida interpretazione dei presupposti per l’impugnazione, portando alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 20 febbraio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Inammissibilità del Ricorso: Quando i Motivi di Appello non Rispettano i Limiti di Legge

L’ordinanza della Corte di Cassazione in commento offre uno spunto cruciale per comprendere i rigidi paletti procedurali che governano le impugnazioni nel processo penale. In particolare, la decisione si sofferma sulla inammissibilità ricorso quando i motivi addotti non rientrano tra quelli tassativamente previsti dalla legge, come stabilito dall’articolo 448, comma 2-bis, del codice di procedura penale. Analizziamo il caso per capire la logica seguita dai giudici di legittimità.

I Fatti alla Base della Decisione

Il caso trae origine da un ricorso presentato avverso una sentenza del Tribunale di Palermo. Il ricorrente lamentava l’illegalità della pena inflittagli, sostenendo una violazione dell’articolo 133 del codice penale. Secondo la difesa, il giudice di merito non avrebbe adeguatamente commisurato la sanzione alle specifiche caratteristiche del fatto concreto. Il motivo di doglianza, pur astrattamente valido, è stato però incanalato in una procedura di impugnazione con limiti ben precisi, portando a un esito sfavorevole per l’imputato.

I Limiti al Diritto di Impugnazione e l’Inammissibilità Ricorso

Il fulcro della decisione della Suprema Corte risiede nell’interpretazione dell’articolo 448, comma 2-bis, del codice di procedura penale. Questa norma elenca in modo specifico e tassativo i vizi che possono essere dedotti quando si impugna una sentenza emessa a seguito di determinati riti processuali. La Corte ha rilevato che il motivo sollevato dal ricorrente non rientrava in questo elenco.

L’Art. 133 c.p. e la distinzione tra ‘Illegalità’ e ‘Illegittimità’

La difesa contestava la violazione dell’art. 133 c.p., che conferisce al giudice il potere discrezionale di determinare la pena entro i limiti minimi e massimi, tenendo conto della gravità del reato e della capacità a delinquere del colpevole. La Cassazione ha qualificato questa doglianza come una censura relativa a una ‘mera forma di illegittimità’, ossia una critica al modo in cui il giudice di merito ha esercitato il suo potere discrezionale. Tale critica, tuttavia, non si traduce in un vizio di ‘illegalità’ della pena, che si verifica solo quando la sanzione applicata è di specie diversa da quella prevista dalla legge o è determinata in misura superiore o inferiore ai limiti edittali. Poiché l’art. 448, comma 2-bis, consente di denunciare solo l’illegalità della pena e non la sua generica illegittimità o sproporzione, il ricorso è stato giudicato inammissibile.

La Decisione ‘de plano’

La Corte, ravvisando la manifesta infondatezza del motivo, ha applicato la procedura semplificata prevista dall’articolo 610, comma 5-bis, c.p.p. Questa procedura, detta ‘de plano’ o ‘senza formalità’, consente di dichiarare l’inammissibilità del ricorso senza la necessità di un’udienza pubblica, accelerando la definizione del procedimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.

Le Motivazioni della Corte

Le motivazioni della Corte sono concise e perentorie. I giudici hanno stabilito che i vizi deducibili tramite ricorso, nel contesto normativo di riferimento, sono solo quelli espressamente elencati dall’art. 448, comma 2-bis, c.p.p. La contestazione relativa al cattivo uso del potere discrezionale del giudice nella commisurazione della pena, ai sensi dell’art. 133 c.p., non rientra in tale catalogo. È una critica che attiene al merito della decisione e non a un’aperta violazione di legge che renda la pena ‘illegale’ in senso tecnico. Pertanto, presentare un ricorso per tali motivi equivale a utilizzare uno strumento processuale per finalità diverse da quelle per cui è stato concepito, determinandone l’inevitabile inammissibilità.

Le Conclusioni

Questa ordinanza ribadisce un principio fondamentale della procedura penale: il diritto di impugnazione non è illimitato, ma deve essere esercitato nel rispetto delle forme e dei motivi previsti dalla legge. La distinzione tra ‘illegalità’ della pena e ‘illegittimità’ della sua commisurazione è sottile ma decisiva. Per gli operatori del diritto, la lezione è chiara: prima di presentare un ricorso, è essenziale verificare scrupolosamente che i motivi di doglianza rientrino tra quelli ammessi dalla specifica norma processuale applicabile, al fine di evitare una declaratoria di inammissibilità con conseguente condanna alle spese e a una sanzione pecuniaria.

Per quali motivi un ricorso può essere dichiarato inammissibile dalla Corte di Cassazione?
Sulla base di questa ordinanza, un ricorso è dichiarato inammissibile se i motivi addotti non rientrano tra quelli specificamente ed esclusivamente elencati dalla legge, come nel caso dell’art. 448, comma 2-bis, del codice di procedura penale.

Contestare il mancato adeguamento della pena (art. 133 c.p.) è un valido motivo di ricorso ai sensi dell’art. 448, comma 2-bis, c.p.p.?
No, la Corte ha stabilito che lamentare la violazione dell’art. 133 c.p. per il mancato adeguamento della pena al fatto concreto costituisce una ‘mera forma di illegittimità’ e non un vizio di ‘illegalità della pena’ che giustifichi il ricorso secondo tale norma.

Quali sono le conseguenze per il ricorrente in caso di dichiarazione di inammissibilità del ricorso?
Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di denaro, in questo specifico caso pari a tremila euro, in favore della Cassa delle ammende.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conerence call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati