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Fine di profitto nel furto: scatta la condanna anche per dispetto

L’imputato strappa con violenza uno smartphone dalle mani della vittima e subisce la condanna per furto con strappo. La difesa presenta ricorso sostenendo l’assenza di prove circa l’effettivo utilizzo dell’apparecchio dopo l’impossessamento, contestando la sussistenza del dolo. La Corte di Cassazione respinge l’impugnazione e chiarisce che il fine di profitto nel furto non richiede un arricchimento economico. Il dolo specifico sussiste anche quando l’azione mira ad appagare un bisogno psicologico, compresi sentimenti di ritorsione, dispetto o vendetta personale. I giudici confermano la condanna del colpevole e stabiliscono l’obbligo di versare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese di giudizio.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 33747 Anno 2026
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Pubblicato il 21 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale

Riferimento Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 33747 Anno 2026 (Cass. pen. sez. 7 n. 33747/2026)

La nozione giuridica del fine di profitto nel furto

Il codice penale punisce chiunque si impossessi della cosa mobile altrui per trarne un vantaggio personale. Spesso le persone collegano l’idea del furto a un guadagno strettamente economico o patrimoniale. La giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione smentisce costantemente questa interpretazione restrittiva. Il fine di profitto nel furto assume un significato molto più ampio nell’ordinamento penale.

Il dolo specifico (l’intenzione particolare richiesta dalla norma incriminatrice) non richiede necessariamente la vendita della refurtiva o l’incasso di denaro. L’autore del reato realizza il profitto anche quando persegue un appagamento morale, psicologico o vendicativo. L’ordinanza analizzata affronta un episodio emblematico e ribadisce i confini della responsabilità penale.

La sottrazione del telefono e la tesi difensiva

La vicenda giudiziaria origina da un episodio rapido e diretto. L’imputato strappa un telefono cellulare direttamente dalle mani della persona offesa. L’azione configura il reato di furto con strappo previsto dall’articolo 624 bis del codice penale. I giudici di primo e secondo grado riconoscono la penale responsabilità dell’aggressore.

Il condannato propone ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione attraverso un unico motivo di doglianza. La difesa denuncia la violazione di legge e il vizio di motivazione della sentenza impugnata. Il ricorrente contesta la mancanza di prove relative all’uso effettivo dello smartphone dopo la sottrazione. Secondo la tesi difensiva, il mancato utilizzo dell’apparecchio dimostra l’assenza di un reale vantaggio per l’autore. La difesa sostiene l’insufficienza degli indizi raccolti dai giudici di merito e invoca una rilettura complessiva del materiale probatorio.

Le motivazioni: la portata del fine di profitto nel furto

I giudici di legittimità dichiarano il ricorso inammissibile attraverso argomentazioni lineari e rigorose. La Corte rileva innanzitutto la genericità delle censure difensive. L’imputato richiede una rivalutazione dei fatti già esaminati nelle fasi precedenti del procedimento. La Corte di Cassazione valuta la correttezza logica e giuridica del provvedimento impugnato senza ripetere l’esame dei singoli elementi probatori.

I magistrati affrontano il tema centrale del fine di profitto nel furto richiamando un principio consolidato. Il profitto non coincide solo con un accrescimento del patrimonio personale o con l’impiego materiale dell’oggetto rubato. L’agente persegue il profitto anche attraverso il soddisfacimento di un bisogno psichico. L’azione diretta a compiere un dispetto, una ritorsione o una vendetta verso la vittima integra pienamente l’elemento soggettivo del delitto. L’eventuale abbandono del cellulare o il suo inutilizzo non cancellano il reato commesso. La sottrazione priva la persona offesa del controllo sul proprio bene e consuma l’illecito penale in ogni suo elemento costitutivo.

Le conclusioni: la conferma della condanna penale

La Suprema Corte respinge definitivamente le censure dell’imputato e chiude la vicenda giudiziaria. La decisione stabilisce che chiunque sottragga beni per vendetta o dispetto risponde a tutti gli effetti di furto. L’assenza di un utile commerciale non scagiona il colpevole.

Il verdetto finale produce pesanti conseguenze pratiche a carico del ricorrente. La Corte condanna l’autore del reato al pagamento delle spese processuali. Il ricorrente deve inoltre versare la somma di tremila euro a favore della Cassa delle ammende a causa dell’irritualità dell’impugnazione presentata.

Il furto sussiste anche se il ladro non guadagna denaro dall’oggetto rubato?
Il furto sussiste ugualmente poiché il fine di profitto non richiede un guadagno monetario, ma comprende qualsiasi vantaggio o soddisfazione personale, inclusa una vendetta.

Quale sanzione rischia chi presenta un ricorso inammissibile in Cassazione?
La parte soccombente deve pagare le spese del procedimento penale e rischia una condanna al versamento di una sanzione pecuniaria fino a diverse migliaia di euro alla Cassa delle ammende.

Cosa differenzia il furto con strappo dal furto comune?
Il furto con strappo avviene quando il colpevole strappa con forza la cosa mobile direttamente dalle mani o dal dosso della vittima, configurando una specifica fattispecie aggravata.

Termini giuridici

Furto con strappo
Reato commesso da chi strappa una cosa mobile direttamente di dosso o dalle mani della persona (comunemente detto scippo).
Dolo specifico
Scopo particolare ed ulteriore che la legge richiede nell'autore del reato per rendere punibile la sua condotta.
Inammissibilità del ricorso
Decisione con cui i giudici respingono l'impugnazione senza esaminarla nel merito a causa di vizi formali o motivi generici.
Cassa delle ammende
Fondo pubblico istituito presso il Ministero della Giustizia che raccoglie le sanzioni pecuniarie inflitte ai ricorrenti che presentano ricorsi inammissibili.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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