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Estradizione Albania: la Cassazione sui termini

La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di concedere l’estradizione verso l’Albania di un cittadino accusato di frode finanziaria. La Corte ha rigettato i motivi di ricorso relativi alla presunta insufficienza di prove, al rischio di trattamenti inumani nelle carceri albanesi e alla scadenza dei termini di custodia cautelare secondo la legge albanese. La sentenza chiarisce che la valutazione delle prove è un controllo sulla loro serietà, non un processo di merito, e che la durata della custodia in Italia è regolata dalla legge italiana fino alla consegna. Questa decisione consolida i principi in materia di estradizione Albania.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Estradizione Albania: La Cassazione sui Termini di Custodia e le Condizioni Carcerarie

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha affrontato temi cruciali in materia di cooperazione giudiziaria internazionale, specificamente riguardo alla estradizione Albania. La decisione analizza i limiti del controllo del giudice italiano sulla richiesta di uno Stato estero, il rischio di trattamenti inumani e la complessa questione della durata della custodia cautelare. Vediamo nel dettaglio l’analisi della Corte.

I Fatti del Caso: Richiesta di Estradizione per Frode Finanziaria

Il caso nasce dalla richiesta della Repubblica di Albania di estradare un cittadino italiano per reati di frode finanziaria, commessi a partire dal dicembre 2019. L’accusa si basava sull’emissione di fatture per operazioni inesistenti. La Corte di appello di Genova, in prima istanza, aveva dichiarato la sussistenza delle condizioni per l’estradizione.

Contro questa decisione, la difesa dell’interessato ha proposto ricorso in Cassazione, sollevando tre questioni principali: la presunta assenza di un vaglio adeguato sui gravi indizi di colpevolezza, il rischio di subire trattamenti inumani nelle carceri albanesi e il superamento dei termini massimi di custodia cautelare previsti dalla legge albanese.

I Motivi del Ricorso in Cassazione

La difesa ha articolato il ricorso su tre fronti:

1. Valutazione delle prove: Si sosteneva che la Corte d’appello non avesse analizzato in modo coerente le fonti di prova, limitandosi a prendere atto della documentazione albanese senza una valutazione autonoma della serietà degli indizi.
2. Condizioni detentive in Albania: È stato invocato un presunto rischio sistemico di trattamenti inumani e degradanti nelle carceri albanesi, a causa di sovraffollamento e scarse condizioni igienico-sanitarie, citando un rapporto del Comitato per la prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa.
3. Durata della custodia cautelare: Si è argomentato che il termine massimo di sei mesi di custodia cautelare, previsto dalla normativa processuale albanese, fosse già decorso, rendendo inefficace il titolo detentivo e, di conseguenza, la stessa richiesta di estradizione.

L’Analisi della Corte: I Principi sull’Estradizione Albania

La Corte di Cassazione ha rigettato tutti i motivi del ricorso, fornendo chiarimenti importanti su ciascun punto.

Sulla Valutazione dei Gravi Indizi

La Corte ha ribadito che, in sede di estradizione, il giudice italiano non deve svolgere un processo nel merito, ma è tenuto a verificare che la documentazione fornita dallo Stato richiedente contenga elementi sufficienti a ritenere probabile la commissione del reato. Questo controllo è analogo a quello effettuato in Italia per l’applicazione delle misure cautelari. Nel caso di specie, gli elementi indiziari (come la sede fittizia delle società coinvolte) sono stati ritenuti sufficienti a giustificare la decisione della Corte d’appello.

Sul Rischio di Trattamenti Inumani

Anche questo motivo è stato respinto. La Cassazione ha sottolineato che l’onere di provare il rischio di trattamenti inumani spetta a chi si oppone all’estradizione, che deve fornire elementi oggettivi, precisi e aggiornati. La Corte ha osservato che i rapporti più recenti del Comitato per la prevenzione della tortura (CPT) offrono un quadro “sostanzialmente positivo” delle carceri albanesi, smentendo l’esistenza di un rischio sistemico e generalizzato. Pertanto, la richiesta di ulteriori informazioni alle autorità albanesi è stata considerata ingiustificata.

Le Motivazioni della Decisione

Il punto giuridicamente più rilevante riguarda i termini della custodia cautelare. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: la verifica sulla durata della misura custodiale durante la procedura di estradizione deve essere operata sulla base della legge dello Stato richiesto (l’Italia) e non di quello richiedente (l’Albania).

Finché la persona non viene materialmente consegnata, il titolo cautelare estero rimane valido ed efficace. La legge italiana (art. 714, comma 4, c.p.p.) prevede termini specifici per la custodia cautelare ai fini estradizionali (un anno prima della sentenza della Corte d’appello e un anno e sei mesi in caso di ricorso per cassazione). Il termine previsto dalla legge albanese diventerà rilevante solo dopo l’avvenuta consegna, momento in cui il periodo di custodia scontato in Italia verrà computato ai fini della durata massima nel procedimento albanese.

Accogliere la tesi della difesa, secondo la Corte, significherebbe permettere al giudice italiano di effettuare valutazioni che non gli competono, interferendo con l’ordinamento dello Stato richiedente e potenzialmente impedendo l’esecuzione dell’estradizione.

Le Conclusioni

La sentenza consolida un orientamento giurisprudenziale chiaro in materia di estradizione Albania e, più in generale, di cooperazione internazionale. Primo, il controllo del giudice italiano sulla richiesta è un controllo di legalità e serietà indiziaria, non un giudizio di colpevolezza. Secondo, le affermazioni generiche sul rischio di trattamenti inumani non sono sufficienti se non supportate da prove concrete e aggiornate. Terzo, e più importante, la procedura di custodia cautelare in Italia segue le regole italiane, garantendo un equilibrio tra le esigenze di cooperazione internazionale e i diritti della persona richiesta.

Quando si valuta una richiesta di estradizione, il giudice italiano deve riesaminare tutte le prove come in un processo?
No, l’autorità giudiziaria italiana non deve svolgere un processo nel merito, ma è tenuta ad accertare che nella documentazione trasmessa dallo Stato richiedente siano indicate le ragioni per cui è stata ritenuta probabile la commissione del reato, operando una verifica simile a quella per l’applicazione delle misure cautelari.

Chi deve provare che le carceri del Paese richiedente violano i diritti umani?
L’onere di allegare elementi oggettivi, precisi, attendibili e aggiornati sulle condizioni di detenzione che fondino il timore di un trattamento inumano o degradante incombe sulla persona di cui è richiesta l’estradizione.

La durata della custodia cautelare in Italia ai fini dell’estradizione dipende dalla legge italiana o da quella del Paese richiedente?
La verifica della decorrenza dei termini di durata massima della custodia cautelare deve essere operata dallo Stato richiesto (Italia) sulla base del proprio ordinamento e non sulla base della disciplina processuale dello Stato richiedente. Il termine previsto dalla legge estera decorre solo dal momento della consegna.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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