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Dolo peculato: basta la volontà di appropriarsi

Una funzionaria pubblica viene assolta dall’accusa di peculato per aver prelevato una somma di denaro, poiché il giudice di merito ritiene si trattasse di un’anticipazione di un premio dovuto. La Corte di Cassazione annulla la sentenza, chiarendo che per configurare il dolo peculato è sufficiente la coscienza e volontà di appropriarsi del bene pubblico, essendo del tutto irrilevante il movente, come la presunta intenzione di auto-liquidarsi un credito.

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Pubblicato il 21 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Dolo Peculato: Quando l’Anticipo di Somme Diventa Reato

La recente sentenza della Corte di Cassazione n. 46222/2023 offre un’importante lezione sul dolo peculato, chiarendo la netta distinzione tra l’intento criminale e i motivi personali che spingono un pubblico ufficiale ad agire. Il caso riguarda una direttrice di servizi amministrativi che si era appropriata di fondi pubblici, giustificando l’atto come un’anticipazione su un premio di produzione che le sarebbe spettato. La Suprema Corte, ribaltando l’assoluzione, ha riaffermato un principio cardine: per il peculato, è sufficiente la volontà di appropriarsi del denaro pubblico, a prescindere dalle ragioni sottostanti.

I Fatti di Causa

Una direttrice dei servizi amministrativi di un istituto scolastico veniva accusata di peculato per essersi appropriata della somma di 3.800,00 euro di cui aveva la disponibilità per ragioni d’ufficio. Inizialmente condannata, la sua sentenza veniva annullata dalla Cassazione e rinviata alla Corte di Appello. In sede di rinvio, la Corte territoriale la assolveva per difetto dell’elemento soggettivo (il dolo). Secondo i giudici d’appello, diverse circostanze indicavano l’assenza di una reale volontà appropriativa: la funzionaria era creditrice di una somma superiore per un premio di produzione, aveva ammesso subito l’irregolarità dell’operazione e aveva restituito l’intera somma. Questa condotta, per la Corte d’Appello, manifestava l’intenzione di una semplice ‘anticipazione’ di somme dovute, non un’appropriazione illecita.

L’Analisi del Dolo Peculato da parte della Cassazione

Il Procuratore Generale ha impugnato l’assoluzione, sostenendo che la motivazione della Corte di Appello fosse illogica e contraddittoria. La Cassazione ha accolto il ricorso, smontando pezzo per pezzo la tesi difensiva e la decisione dei giudici di rinvio. La Suprema Corte ha sottolineato che, per integrare il delitto di peculato ai sensi dell’art. 314 c.p., il dolo richiesto è generico. Ciò significa che è sufficiente che l’agente abbia la coscienza e la volontà di appropriarsi del denaro o del bene pubblico di cui ha la disponibilità. Non hanno alcuna rilevanza i motivi che lo spingono a compiere tale azione.

Le Motivazioni della Decisione

La Corte di Cassazione ha evidenziato come il giudice d’appello abbia commesso un grave errore di diritto, confondendo il movente dell’azione con il dolo del reato. Il fatto che l’imputata potesse vantare un credito verso la pubblica amministrazione rappresenta, al più, il movente, ovvero la spinta psicologica che l’ha indotta a delinquere. Tuttavia, questo non esclude la sua volontà di disporre del denaro pubblico ‘uti dominus’, cioè come se ne fosse la proprietaria. Elementi come l’indicazione di causali false sui mandati di pagamento, l’ammissione dei fatti solo a seguito di una contestazione formale e la restituzione tardiva della somma (un mese dopo) sono stati ritenuti dalla Cassazione prove inequivocabili della piena consapevolezza e volontà di compiere l’appropriazione. L’intenzione di ‘anticiparsi’ una somma, anche se legittimamente dovuta, non è una scusante ma, anzi, la conferma della volontà di sottrarre il bene alla sua destinazione pubblica per un fine privato.

Le Conclusioni

Con questa sentenza, la Corte di Cassazione riafferma con forza che la natura generica del dolo peculato non lascia spazio a interpretazioni che valorizzino i motivi personali dell’agente. Un pubblico ufficiale non può mai ‘auto-liquidarsi’ crediti, neppure se certi, liquidi ed esigibili, attingendo a fondi pubblici di cui ha la disponibilità. L’atto di appropriazione, sorretto dalla coscienza e volontà di trattare il bene pubblico come proprio, integra pienamente il reato. La sentenza di assoluzione è stata quindi annullata con rinvio, e il caso dovrà essere nuovamente giudicato da un’altra sezione della Corte di Appello, che dovrà attenersi a questo rigido principio di diritto.

Se un pubblico ufficiale prende soldi che gli sono dovuti, commette comunque peculato?
Sì. Secondo la Corte di Cassazione, il fatto di vantare un credito verso la Pubblica Amministrazione rappresenta solo il movente dell’azione, ma non esclude il dolo del reato. L’appropriazione di denaro pubblico è illecita anche se si intende compensare un proprio credito.

Cosa distingue il motivo dall’intento (dolo) nel reato di peculato?
L’intento (dolo) è la coscienza e la volontà di appropriarsi del denaro o della cosa pubblica. Il motivo è la ragione personale che spinge a commettere il reato (es. necessità economica, sentirsi in diritto di avere quella somma). Per la configurabilità del peculato, è sufficiente il dolo, mentre il motivo è irrilevante.

La restituzione della somma sottratta esclude il reato di peculato?
No, la restituzione non esclude il reato, che si è già perfezionato al momento dell’appropriazione. Se la restituzione avviene dopo la contestazione dei fatti, come in questo caso, essa non cancella la condotta illecita, ma può al massimo essere valutata in altre fasi del procedimento.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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