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Daspo Urbano: basta la presenza per il reato

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per la violazione del Daspo Urbano, ovvero il divieto di accesso a determinate aree cittadine emesso dal Questore. Il ricorrente era stato sorpreso in una zona interdetta con un borsello, equipaggiamento tipico dei parcheggiatori abusivi. La difesa sosteneva che non vi fosse prova dello svolgimento dell’attività illecita al momento del controllo. La Suprema Corte ha però stabilito che il reato si configura per la semplice violazione del divieto di accesso, rendendo irrilevante l’effettiva prosecuzione dell’attività che aveva originato il provvedimento amministrativo.

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Pubblicato il 28 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Daspo Urbano: la semplice presenza nell’area vietata configura il reato

Il Daspo Urbano è uno strumento di prevenzione volto a garantire la sicurezza e il decoro in determinate aree cittadine. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha chiarito i confini della responsabilità penale in caso di violazione di tale divieto, stabilendo un principio fondamentale per l’efficacia di questi provvedimenti.

I fatti di causa

Un cittadino era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per aver violato il divieto di accesso a specifiche aree urbane, emesso dal Questore ai sensi della normativa sulla sicurezza delle città. L’uomo era stato sorpreso dalle forze dell’ordine all’interno di una zona a lui interdetta, portando con sé un borsello. Tale circostanza era stata interpretata dai giudici di merito come un chiaro indizio della prosecuzione dell’attività di parcheggiatore abusivo, condotta che aveva originariamente motivato l’emissione del provvedimento di allontanamento.

Il difensore dell’imputato ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando un vizio di motivazione. Secondo la tesi difensiva, il semplice possesso di un borsello non poteva costituire prova certa dello svolgimento dell’attività illecita al momento del controllo, rendendo quindi la condanna priva di un solido fondamento probatorio.

La decisione della Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando integralmente la sentenza di condanna. I giudici di legittimità hanno sottolineato come le doglianze della difesa mirassero a una rivalutazione dei fatti, operazione non consentita in sede di legittimità. Tuttavia, il punto focale della decisione risiede nell’interpretazione della norma incriminatrice.

La Corte ha chiarito che, per la configurazione del reato di inosservanza del Daspo Urbano, non è necessario che il soggetto venga sorpreso a compiere nuovamente l’attività illecita presupposta (nel caso specifico, il parcheggiatore abusivo). Ciò che rileva è esclusivamente la violazione formale e sostanziale del divieto di accesso alle aree indicate nel provvedimento del Questore.

Le motivazioni

Le motivazioni della sentenza si fondano sulla natura del reato previsto dall’art. 10 del d.l. n. 14 del 2017. La norma punisce la condotta di chi viola il divieto di accesso emesso dall’autorità. Una volta accertata la legittimità del provvedimento amministrativo e la sua sistematica violazione da parte del soggetto, il reato sussiste per il solo fatto della presenza fisica dell’interessato nell’area vietata. La Corte ha precisato che l’esito positivo della verifica sulla legittimità del divieto determina la sussistenza del reato per il solo fatto della violazione, non essendo richiesto che l’accesso sia finalizzato alla prosecuzione dell’attività che aveva giustificato il provvedimento originario. Di conseguenza, la discussione sul possesso del borsello o sull’effettivo esercizio dell’attività di parcheggiatore diventa giuridicamente irrilevante ai fini della colpevolezza.

Le conclusioni

In conclusione, la sentenza ribadisce che il Daspo Urbano opera come un limite invalicabile alla libertà di movimento del soggetto destinatario in specifiche zone. La tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza urbana prevale, rendendo sanzionabile penalmente la mera inosservanza del divieto. Per i cittadini e gli operatori del diritto, questo significa che la difesa non può limitarsi a contestare l’assenza di nuove condotte moleste o illecite, ma deve eventualmente concentrarsi sulla legittimità del provvedimento amministrativo a monte. La decisione rafforza il potere deterrente dei provvedimenti questorili, semplificando l’accertamento del reato da parte delle autorità di controllo.

Cosa succede se entro in un’area dove ho un divieto di accesso del Questore?
Si commette un reato penale per la sola inosservanza del provvedimento amministrativo. Non è necessario che il soggetto stia compiendo altre azioni illegali o moleste al momento del controllo.

È necessario essere sorpresi a fare i parcheggiatori abusivi per violare il Daspo Urbano?
No, la legge punisce il semplice accesso o la sosta nelle aree vietate dal provvedimento. L’attività specifica che ha causato il divieto originario è irrilevante ai fini della condanna per inosservanza.

Posso contestare in Cassazione la valutazione delle prove fatta nei gradi precedenti?
No, il ricorso per Cassazione non permette una nuova valutazione dei fatti o del merito della vicenda. È possibile ricorrere solo per vizi di legittimità o gravi carenze nella motivazione della sentenza.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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