DASPO e tutela del lavoro: la decisione della Cassazione
Il provvedimento di DASPO con obbligo di firma rappresenta una delle restrizioni più incisive della libertà personale al di fuori del circuito penale tradizionale. Recentemente, la Corte di Cassazione è intervenuta per ribadire un principio fondamentale: il giudice non può ignorare le esigenze lavorative del cittadino quando convalida tali misure.
I fatti in esame
Un cittadino era stato colpito da un provvedimento del Questore che disponeva il divieto di accesso alle manifestazioni sportive per la durata di cinque anni, con l’aggiunta dell’obbligo di comparizione presso gli uffici di polizia durante gli incontri della propria squadra del cuore. La difesa aveva regolarmente depositato una memoria via PEC, evidenziando come gli orari delle partite coincidessero sistematicamente con i turni di lavoro del soggetto, rendendo la misura eccessivamente gravosa e lesiva del diritto al lavoro.
La decisione della Corte di Cassazione
I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, rilevando un vizio di motivazione nell’ordinanza di convalida emessa dal GIP. La Corte ha sottolineato che l’omessa analisi di una memoria difensiva, pur non determinando automaticamente la nullità, influisce sulla correttezza logico-giuridica del provvedimento. Nel caso di specie, il giudice di merito non aveva effettuato alcuna ponderazione tra l’interesse alla sicurezza pubblica e il diritto del soggetto a svolgere la propria attività lavorativa.
Le motivazioni
La Suprema Corte ha chiarito che l’obbligo di presentazione in ufficio di polizia, ai sensi dell’art. 6 della Legge 401/1989, incide direttamente sulla libertà personale garantita dall’articolo 13 della Costituzione. Di conseguenza, ogni limitazione deve essere sorretta da una motivazione che dia conto della necessità e dell’urgenza, ma soprattutto della compatibilità con le esigenze di vita essenziali del destinatario. Se il soggetto dimostra che l’obbligo di firma impedisce lo svolgimento del lavoro, il giudice ha il dovere di valutare una gradazione della misura o una modalità di esecuzione che non sacrifichi ingiustamente il sostentamento economico dell’individuo. L’assenza di tale valutazione rende il provvedimento illegittimo per carenza di motivazione.
Le conclusioni
In conclusione, la sentenza riafferma la centralità del diritto al lavoro anche di fronte a misure di prevenzione amministrativa. L’autorità giudiziaria non può limitarsi a una convalida formale o generica, ma deve entrare nel merito delle deduzioni difensive quando queste riguardano diritti costituzionalmente protetti. Il caso è stato quindi rinviato al Tribunale competente per un nuovo esame che tenga conto dei turni lavorativi documentati dal ricorrente, sospendendo nel frattempo l’efficacia dell’obbligo di presentazione.
Cosa succede se l’obbligo di firma del DASPO coincide con l’orario di lavoro?
Il giudice deve valutare la compatibilità della misura con l’attività lavorativa. Se la difesa documenta turni di lavoro coincidenti con gli orari di firma, il provvedimento deve essere motivato specificamente su questo punto, altrimenti rischia l’annullamento.
Il giudice può ignorare una memoria difensiva durante la convalida del DASPO?
No, l’omessa valutazione di una memoria difensiva che contiene elementi decisivi, come le esigenze lavorative, lede il diritto di difesa e rende la motivazione del provvedimento carente sotto il profilo logico-giuridico.
Quale diritto prevale tra sicurezza pubblica e diritto al lavoro nel DASPO?
Non esiste una prevalenza assoluta, ma deve esserci una ponderazione. Poiché l’obbligo di firma limita la libertà personale, il giudice deve assicurarsi che la misura sia proporzionata e non impedisca ingiustificatamente lo svolgimento dell’attività lavorativa.