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Custodia cautelare: quando il ricorso è infondato

Un soggetto, condannato per reati legati alle armi, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, adducendo il tempo trascorso e il buon comportamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che un elevato e persistente pericolo di reiterazione del reato, valutato sulla base della gravità dei fatti e dell’atteggiamento dell’imputato, è sufficiente a giustificare la misura più afflittiva, anche in assenza di altre esigenze cautelari.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Custodia Cautelare in Carcere: Quando la Pericolosità Sociale Giustifica il Massimo Rigore

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24793/2024, si è pronunciata su un caso riguardante la richiesta di sostituzione della custodia cautelare in carcere con una misura meno afflittiva. La decisione offre importanti chiarimenti sui criteri di valutazione della pericolosità sociale e sul principio di adeguatezza delle misure cautelari, anche a fronte di elementi nuovi come il decorso del tempo e l’esito del primo grado di giudizio.

I Fatti del Processo

Il caso ha origine dal ricorso di un imputato, condannato in primo grado per detenzione e porto di arma comune da sparo. Sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere, l’uomo aveva richiesto la sua sostituzione con gli arresti domiciliari. Tale istanza era stata respinta sia dal Giudice per le Indagini Preliminari sia, in sede di appello, dal Tribunale competente, il quale aveva ritenuto ancora intenso il pericolo di reiterazione di reati della stessa specie, tale da giustificare il mantenimento della misura di massimo rigore. L’imputato ha quindi proposto ricorso per cassazione, affidandosi a due principali motivi.

I Motivi del Ricorso e la valutazione della custodia cautelare

L’imputato ha lamentato una violazione di legge e un vizio di motivazione, sostenendo che i giudici di merito non avessero adeguatamente considerato alcuni elementi nuovi e favorevoli. In particolare, ha evidenziato:

1. Elementi sopravvenuti: Il buon comportamento processuale, una dimostrata resipiscenza interiore e la definizione del primo grado di giudizio con una pena ritenuta contenuta (tre anni e quattro mesi di reclusione).
2. Quadro complessivo: La sua giovane età, un unico precedente penale e l’assenza di altre pendenze, che a suo dire delineavano un quadro di ridotta pericolosità sociale, incompatibile con il carcere.

Inoltre, il ricorrente ha sostenuto la violazione del principio di adeguatezza e residualità della custodia cautelare in carcere. A suo avviso, non sussistendo altre esigenze cautelari (come il pericolo di inquinamento probatorio o di fuga), il solo pericolo di reiterazione del reato, a fronte degli indicatori favorevoli, non sarebbe stato sufficiente a giustificare la misura più grave.

L’Analisi della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato entrambi i motivi di ricorso infondati, confermando la decisione del Tribunale. I giudici hanno chiarito che la motivazione di un provvedimento di appello cautelare deve confrontarsi adeguatamente con gli argomenti difensivi e i fatti sopravvenuti, ma senza automatismi. Il decorso del tempo è un fattore da considerare, ma non determina di per sé un affievolimento della pericolosità sociale.

Nel caso specifico, l’ordinanza impugnata aveva correttamente valutato gli elementi presentati dalla difesa, negando loro un carattere decisivo. La Corte ha ritenuto logico e plausibile considerare la condanna a tre anni e quattro mesi, ottenuta in rito abbreviato, come un “esito sanzionatorio severo”, non un elemento di attenuazione delle esigenze cautelari.

Le Motivazioni della Decisione

La Cassazione ha sottolineato che il Tribunale di merito ha correttamente valorizzato altri elementi sintomatici di una mantenuta e elevata pericolosità sociale. Tra questi, le peculiari e gravi modalità di consumazione dei reati, lo specifico precedente penale e, soprattutto, l’atteggiamento processuale dell’imputato, giudicato “nient’affatto collaborativo”. Questi fattori, complessivamente considerati, hanno portato a ritenere che il rischio di recidiva non potesse essere contenuto con misure meno invasive del carcere. Di conseguenza, il mero decorso del tempo, non accompagnato da elementi concreti capaci di incidere favorevolmente sulla valutazione della pericolosità, è stato giudicato ininfluente.

Inoltre, la Corte ha ribadito un principio consolidato: le esigenze cautelari non devono necessariamente concorrere. Il rilievo anche di una sola di esse, se di grado elevato e resistente alle censure, è sufficiente a fondare la misura applicata. Nel caso di specie, il persistente e qualificato pericolo di reiterazione del reato era da solo bastante a giustificare la custodia cautelare in carcere.

Conclusioni

La sentenza ribadisce che la valutazione sulla persistenza delle esigenze cautelari deve essere concreta, attuale e basata su una visione d’insieme degli elementi a disposizione. Fattori come il buon comportamento processuale o la definizione del primo grado non sono sufficienti, da soli, a determinare un’attenuazione della misura se contrapposti a indicatori di segno contrario, quali la gravità dei fatti e la personalità dell’imputato. La custodia cautelare in carcere si conferma come misura residuale ma necessaria quando il quadro complessivo indica un’elevata pericolosità sociale non gestibile altrimenti.

Il semplice passare del tempo è sufficiente a ottenere la sostituzione della custodia cautelare in carcere?
No, il decorso del tempo da solo non basta. Secondo la Corte, deve essere accompagnato da altri elementi circostanziali concreti che dimostrino una reale diminuzione della pericolosità sociale dell’imputato.

Per mantenere la custodia cautelare in carcere devono sussistere più esigenze cautelari contemporaneamente?
No, le esigenze cautelari non devono necessariamente concorrere. È sufficiente la presenza di una sola di esse (come l’elevato pericolo di reiterazione del reato), se resistente a censure, per giustificare la misura.

Una condanna in primo grado a una pena non eccessivamente alta può essere considerata un elemento a favore della scarcerazione?
Non necessariamente. Nel caso di specie, la Corte ha confermato la valutazione del giudice di merito, secondo cui una pena di tre anni e quattro mesi di reclusione, irrogata con rito abbreviato, rappresenta un esito sanzionatorio severo e non un elemento che attenua le esigenze cautelari.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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