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Bancarotta preferenziale: rischi per l’amministratore

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un amministratore accusato di bancarotta preferenziale e semplice. L’imputato aveva effettuato pagamenti a proprio favore a titolo di compenso nonostante il palese stato di dissesto della società, aggravando il debito complessivo. La sentenza chiarisce che la bancarotta preferenziale sussiste anche se la finalità di favorire un creditore convive con altre motivazioni, come il diritto alla remunerazione, purché vi sia la consapevolezza di danneggiare la massa dei creditori.

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Pubblicato il 30 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Bancarotta preferenziale: i rischi per l’amministratore in crisi

La bancarotta preferenziale rappresenta una delle fattispecie più insidiose per chi gestisce un’impresa in difficoltà. Spesso gli amministratori ritengono, erroneamente, che il pagamento dei propri compensi o di debiti verso soggetti vicini sia legittimo anche in fase di crisi. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha però ribadito confini molto rigidi, confermando la responsabilità penale per chi privilegia determinati pagamenti a discapito della massa dei creditori.

Analisi dei fatti e del contesto societario

Il caso riguarda l’amministratore di una società a responsabilità limitata dichiarata fallita. Secondo la ricostruzione dei giudici di merito, l’azienda versava in uno stato di crisi profonda già diversi anni prima della dichiarazione ufficiale di fallimento. Nonostante le perdite avessero eroso l’intero capitale sociale, l’amministratore aveva proseguito l’attività senza ricapitalizzare o richiedere il fallimento in proprio. In questo contesto di bancarotta preferenziale, l’imputato aveva provveduto a liquidare a se stesso somme consistenti a titolo di compenso per l’attività svolta, ignorando la presenza di altri creditori privilegiati rimasti insoddisfatti.

La distinzione tra dissesto e insolvenza

Un punto centrale della decisione riguarda la distinzione tecnica tra dissesto e insolvenza. La difesa sosteneva che lo stato di insolvenza si fosse manifestato solo tardivamente. Tuttavia, la Corte ha precisato che per la configurazione dell’aggravamento del dissesto è sufficiente una situazione di squilibrio economico-patrimoniale progressivo. Se l’amministratore non interviene tempestivamente per arginare tale squilibrio, la prosecuzione dell’attività diventa illecita poiché aumenta il danno per i creditori. Il dissesto è dunque il presupposto logico che precede l’insolvenza irreversibile.

Il dolo nella bancarotta preferenziale

L’elemento soggettivo del reato è stato oggetto di approfondimento. L’amministratore ha eccepito di aver agito per esercitare il proprio diritto alla remunerazione. La Cassazione ha chiarito che il dolo specifico richiesto dalla norma non deve essere necessariamente esclusivo. Anche se l’agente persegue più finalità contemporaneamente, la condotta resta penalmente rilevante se include la volontà di favorire un creditore a danno degli altri. Il semplice fatto di rappresentarsi la possibilità di ledere la parità di trattamento tra i creditori (par condicio creditorum) integra l’elemento psicologico necessario per la condanna.

Le motivazioni

Le motivazioni della Suprema Corte si fondano sulla coerenza dell’apparato argomentativo della sentenza di appello. I giudici hanno rilevato che già alla fine del 2014 la società presentava una perdita d’esercizio tale da azzerare il capitale sociale. La prosecuzione dell’attività in assenza di prospettive concrete di risanamento è stata giudicata come una scelta imprudente che ha aggravato il passivo. Inoltre, il prelievo di fondi per compensi personali in una fase di conclamata crisi è stato interpretato come una chiara violazione degli obblighi di gestione, finalizzata a drenare risorse residue a vantaggio dell’amministratore stesso, pur in presenza di debiti previdenziali e tributari non onorati.

Le conclusioni

Le conclusioni della Corte sanciscono l’inammissibilità del ricorso, confermando che la tutela dei creditori prevale sul diritto al compenso dell’amministratore quando la società è in decozione. La decisione sottolinea l’importanza di una valutazione rigorosa della continuità aziendale. Per gli operatori del settore, il messaggio è chiaro: in presenza di uno squilibrio patrimoniale grave, ogni pagamento deve essere attentamente valutato alla luce della gerarchia dei crediti. Ignorare lo stato di crisi per privilegiare interessi personali o di terzi espone inevitabilmente a gravi sanzioni penali e all’obbligo di risarcimento del danno.

Quando si configura il reato di bancarotta preferenziale per un amministratore?
Il reato scatta quando l’amministratore, consapevole dello stato di dissesto, esegue pagamenti per favorire alcuni creditori a danno di altri, violando il principio della parità di trattamento.

Il pagamento del proprio compenso può essere considerato reato?
Sì, se il pagamento avviene mentre la società è in crisi conclamata e vi sono altri creditori privilegiati non soddisfatti, la condotta integra la bancarotta preferenziale.

Qual è la differenza tra dissesto e insolvenza ai fini penali?
Il dissesto è uno squilibrio economico progressivo che aggrava la situazione aziendale, mentre l’insolvenza è l’incapacità totale e irreversibile di adempiere alle obbligazioni.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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