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Bancarotta preferenziale: compenso amministratore

La Corte di Cassazione, con la sentenza 32161/2024, ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta distrattiva a carico di alcuni amministratori che si erano autoliquidati dei compensi. La Corte ha chiarito che per configurare la meno grave ipotesi di bancarotta preferenziale, l’amministratore deve provare l’effettiva esistenza di un credito per l’attività svolta e la congruità della somma. In assenza di tali prove, il prelievo è considerato una distrazione di beni sociali.

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Pubblicato il 17 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Bancarotta Preferenziale o Fraudolenta? La Cassazione sul Compenso dell’Amministratore

L’autoliquidazione dei compensi da parte degli amministratori di una società in crisi è un terreno minato. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito i criteri per distinguere tra la meno grave ipotesi di bancarotta preferenziale e quella ben più seria di bancarotta fraudolenta per distrazione. La decisione sottolinea l’importanza cruciale della prova: senza dimostrare l’effettiva attività svolta e la congruità del compenso, il prelievo di denaro dalle casse sociali è considerato una pura e semplice sottrazione di risorse ai danni dei creditori.

I Fatti del Caso

La vicenda riguarda gli amministratori, uno di diritto e due di fatto, di una S.r.l. in difficoltà finanziaria. Dopo aver assunto la gestione della società, i tre avevano prelevato dalle casse sociali una somma complessiva di 5.000 euro ciascuno nell’arco di dieci mesi. A loro dire, tali somme costituivano il giusto compenso per l’attività prestata nel tentativo di risanare l’azienda, in particolare per rimediare ai problemi causati dalla precedente gestione e per riscuotere crediti.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello, tuttavia, non hanno accolto questa tesi, condannando gli amministratori per concorso in bancarotta fraudolenta distrattiva. Gli imputati hanno quindi proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la loro condotta dovesse essere riqualificata, al più, come bancarotta preferenziale.

La Decisione sulla Bancarotta Preferenziale

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna per bancarotta fraudolenta. I giudici hanno chiarito che la linea di demarcazione tra le due fattispecie di reato dipende da due elementi fattuali che devono essere rigorosamente provati dall’amministratore:

1. L’effettività del credito (l’ an): L’amministratore deve dimostrare di aver effettivamente svolto un’attività lavorativa nell’interesse della società.
2. La congruità delle somme (il quantum): L’importo prelevato deve essere proporzionato e ragionevole rispetto al lavoro effettivamente prestato.

Solo in presenza di entrambi questi presupposti, il pagamento può essere considerato come la soddisfazione di un credito legittimo. In tal caso, pur violando la par condicio creditorum (la parità di trattamento tra i creditori), l’azione si qualifica come bancarotta preferenziale. Se, invece, manca la prova di un credito effettivo e congruo, il prelievo di denaro si configura come una mera distrazione di patrimonio sociale, integrando il più grave reato di bancarotta fraudolenta.

Il secondo motivo di ricorso

Gli imputati avevano anche lamentato la mancata notifica, da parte del giudice d’appello, della possibilità di sostituire la pena detentiva con misure alternative, come previsto dal codice di procedura penale. Anche questo motivo è stato respinto. La Cassazione ha ribadito un principio consolidato: il giudice non ha un obbligo generalizzato di proporre le pene sostitutive. Tale avviso è dovuto solo se il giudice valuta positivamente, in astratto, la sussistenza dei presupposti per la concessione del beneficio. Un silenzio sul punto equivale a una valutazione implicita negativa, contro la quale l’imputato o il suo difensore avrebbero dovuto presentare una specifica richiesta.

Le Motivazioni

Nel caso di specie, la Corte ha rilevato come gli amministratori non abbiano fornito alcuna prova documentale a sostegno delle loro affermazioni. I crediti vantati non erano stati deliberati dall’assemblea, né erano previsti in alcun contratto. La tesi difensiva si basava su mere asserzioni.

Anzi, le prove raccolte hanno dimostrato il contrario. I giudici di merito avevano accertato che gli imputati “si siano limitati a incassare, senza versarli nelle casse sociali, i crediti residui che la società vantava”. Questa attività, secondo la Corte, non solo non è stata svolta nell’interesse della società, ma ha di fatto sottratto patrimonio all’azienda, privando i creditori della loro garanzia. Si è trattato, quindi, di una palese condotta distrattiva, in cui il prelievo non corrispondeva ad alcuna reale controprestazione a favore dell’impresa.

La Cassazione ha concluso che, essendo stata smentita la tesi di un prelievo a fronte di un’attività utile per la società, non era concretamente prospettabile la qualificazione della condotta come bancarotta preferenziale.

Le Conclusioni

La sentenza rappresenta un monito severo per gli amministratori di società in crisi. L’autoliquidazione dei compensi è una pratica ad altissimo rischio penale. Per evitare una condanna per bancarotta fraudolenta, non è sufficiente affermare di aver lavorato per la società. È indispensabile poter documentare in modo inequivocabile sia l’effettivo svolgimento di un’attività gestoria nell’interesse sociale, sia la congruità del compenso prelevato. In assenza di una solida base probatoria (delibere, contratti, relazioni dettagliate sull’attività), qualsiasi prelievo dalle casse sociali in un contesto di dissesto finanziario sarà presumibilmente qualificato come una distrazione criminale di beni, con conseguenze penali molto gravi.

Quando l’autoliquidazione del compenso da parte di un amministratore costituisce bancarotta preferenziale e non fraudolenta?
Costituisce bancarotta preferenziale quando l’amministratore è in grado di dimostrare l’esistenza di un credito effettivo per un’attività realmente svolta nell’interesse della società e la congruità dell’importo prelevato rispetto a tale attività. In questo caso, si viola solo la parità di trattamento dei creditori.

Perché nel caso esaminato gli amministratori sono stati condannati per bancarotta fraudolenta?
Perché non hanno fornito alcuna prova del fatto che i prelievi corrispondessero a un compenso per un’attività effettivamente svolta a beneficio della società. Al contrario, è emerso che si erano limitati a incassare per sé vecchi crediti della società, sottraendo così patrimonio e danneggiando tutti i creditori. Tale condotta è stata qualificata come una distrazione di beni e non come il pagamento di un credito.

Il giudice è sempre obbligato a informare l’imputato della possibilità di sostituire la pena detentiva con misure alternative?
No. Secondo la Cassazione, il giudice non ha un obbligo generalizzato. Deve dare tale avviso solo se, a seguito di una sua valutazione discrezionale, ritiene che in astratto sussistano i presupposti per la sostituzione della pena. Se il giudice tace, si presume una sua valutazione negativa implicita, e spetta all’imputato o al suo difensore sollecitare una valutazione esplicita.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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