Con la sentenza n. 16145 del 2024, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sui criteri per la configurabilità del reato di associazione di tipo mafioso ai fini dell’applicazione di una misura cautelare. La decisione chiarisce quali elementi siano necessari per dimostrare la sussistenza di un clan e la sua pericolosità, confermando l’importanza delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia se adeguatamente riscontrate. Il caso in esame riguarda un ricorso avverso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per reati associativi, tra cui il 416-bis c.p.
I fatti del caso
Il Tribunale del riesame di Napoli aveva confermato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un soggetto ritenuto a capo di un’organizzazione criminale. Le accuse erano di associazione di tipo mafioso e di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, oltre a diversi reati-fine aggravati dal metodo mafioso. Secondo l’accusa, l’indagato era il leader indiscusso di un clan camorristico operante in un rione di Napoli, con il controllo del narcotraffico, una massiccia dotazione di armi e la capacità di organizzare estorsioni.
Il ricorso in Cassazione
La difesa dell’indagato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. I principali motivi di ricorso si basavano sulla presunta assenza degli elementi essenziali del reato di associazione di tipo mafioso, in particolare:
- Mancanza della forza di intimidazione: Secondo la difesa, non era stata fornita prova adeguata della forza di intimidazione del gruppo, né del conseguente stato di assoggettamento e omertà nel territorio.
- Inattendibilità delle fonti: Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sono state definite incongrue e inidonee a dimostrare la natura mafiosa del sodalizio, trattandosi di percezioni personali di soggetti appartenenti ad altri clan.
- Errata valutazione dei reati-fine: I presunti reati-scopo, come i tentativi di estorsione o un omicidio, sarebbero stati episodi isolati e legati a questioni personali, non espressione del potere del clan.
La valutazione dell’associazione di tipo mafioso da parte della Corte
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo che le censure della difesa fossero un tentativo di ottenere una nuova valutazione dei fatti, compito precluso al giudice di legittimità. La Corte ha ribadito che il suo ruolo è limitato a verificare la correttezza giuridica e la logicità della motivazione del provvedimento impugnato, non a riesaminare il merito delle prove.
Nel caso specifico, il Tribunale del riesame aveva fornito una motivazione solida, dettagliata e coerente, basata su una pluralità di elementi convergenti. La Corte ha sottolineato come la prova dell’associazione di tipo mafioso fosse stata adeguatamente costruita.
Il ruolo dei collaboratori e delle intercettazioni
Elemento centrale della decisione sono le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia. La Cassazione ha evidenziato che la loro credibilità era già stata vagliata in altri procedimenti e che le loro narrazioni si riscontravano reciprocamente, secondo il principio della “convergenza del molteplice”. Questi collaboratori avevano descritto in dettaglio:
- La struttura e l’operatività del clan, guidato dal ricorrente.
- Il controllo militare del territorio e la gestione del narcotraffico.
- La capacità del leader di mobilitare altre organizzazioni criminali per scopi di vendetta.
- La gerarchia interna e i ruoli specifici degli affiliati.
A rafforzare questo quadro, la Corte ha valorizzato anche gli esiti delle intercettazioni telefoniche e ambientali, il cui tenore era pienamente sinergico con le dichiarazioni dei collaboratori, confermando l’esistenza di una matrice mafiosa operativa e attuale, caratterizzata da inviti all’omertà e dal predominio sul territorio.
Le motivazioni
La Corte ha specificato che per configurare il reato di associazione di tipo mafioso non è necessario dimostrare che la forza di intimidazione abbia permeato in modo massiccio l’intero tessuto economico e sociale. È sufficiente provare che l’organizzazione abbia raggiunto una fama criminale e manifestato una concreta capacità di intimidazione, percepita come tale nell’ambiente in cui opera, generando assoggettamento e omertà. I reati-scopo, come le estorsioni contestate, sono stati considerati la concreta attuazione di questa capacità intimidatoria. Infine, la Corte ha ribadito la legittimità dell’uso di sentenze non ancora irrevocabili come fonte di indizi nella fase cautelare, poiché il divieto dell’art. 238-bis c.p.p. si applica solo al giudizio di merito e non a quello sulla libertà personale.
Le conclusioni
La sentenza consolida l’orientamento giurisprudenziale secondo cui la prova di un’associazione di tipo mafioso in sede cautelare può fondarsi su un quadro indiziario composito, in cui le dichiarazioni convergenti di più collaboratori di giustizia, se riscontrate da altri elementi come le intercettazioni, assumono un valore probatorio decisivo. Viene confermato che il controllo del giudice di legittimità è circoscritto alla logicità della motivazione, senza poter entrare nel merito della valutazione del compendio indiziario, che resta di esclusiva competenza del giudice del riesame.
Cosa è necessario per provare l’esistenza di un’associazione di tipo mafioso in fase cautelare?
Per provare un’associazione di tipo mafioso in fase cautelare sono necessari gravi indizi di colpevolezza. Secondo la sentenza, questi possono basarsi su una pluralità di elementi convergenti, come dichiarazioni di collaboratori di giustizia, intercettazioni e prove dei reati-scopo, che dimostrino la forza di intimidazione del gruppo e la sua capacità di generare assoggettamento e omertà.
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sono sufficienti per una misura cautelare per associazione di tipo mafioso?
Sì, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia possono essere un elemento fondamentale. La sentenza chiarisce che, se le dichiarazioni provengono da più fonti, sono credibili e si riscontrano a vicenda (‘convergenza del molteplice’), costituiscono un solido fondamento per ritenere sussistenti i gravi indizi di colpevolezza necessari per una misura cautelare.
È possibile utilizzare sentenze non ancora definitive come indizio in un procedimento cautelare?
Sì, la Corte di Cassazione ha confermato che i gravi indizi di colpevolezza possono essere desunti anche da sentenze non ancora irrevocabili. La norma che richiede il carattere definitivo delle sentenze (art. 238-bis cod. proc. pen.) si applica al giudizio di merito sulla colpevolezza, ma non alle valutazioni tipiche della fase cautelare.