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Tempo di viaggio retribuito: la Cassazione decide

La Corte di Cassazione ha stabilito che il tempo impiegato da un lavoratore per spostarsi tra il luogo di inizio e quello di fine turno, quando non coincidono per scelta organizzativa dell’azienda, costituisce tempo di viaggio retribuito. La sentenza ha accolto il ricorso di alcuni autisti di un’azienda di trasporto pubblico, affermando che tale spostamento, essendo una conseguenza diretta delle decisioni datoriali e non una libera scelta del dipendente, deve essere compensato economicamente.

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Pubblicato il 31 gennaio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Tempo di viaggio retribuito: La Cassazione chiarisce quando lo spostamento è orario di lavoro

Il tempo impiegato per spostarsi da un luogo di lavoro all’altro deve essere pagato? La questione del tempo di viaggio retribuito è un tema centrale nel diritto del lavoro, specialmente in settori come il trasporto pubblico, dove l’inizio e la fine del turno possono avvenire in luoghi diversi. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha fornito un chiarimento fondamentale, stabilendo un principio di diritto a tutela dei lavoratori: se la necessità di spostarsi dipende da scelte organizzative dell’azienda, quel tempo è a tutti gli effetti orario di lavoro e deve essere compensato.

I Fatti di Causa

Il caso ha origine dalla richiesta di un gruppo di autisti di un’importante società di trasporto pubblico locale. I lavoratori lamentavano che il tempo da loro impiegato per gli spostamenti tra diversi capolinea, o tra un capolinea e il deposito aziendale, non veniva riconosciuto come orario di lavoro. Spesso, il turno di un autista iniziava in un punto della città e terminava in un altro, costringendolo a un trasferimento la cui necessità derivava esclusivamente dalla pianificazione dei turni imposta dall’azienda. I conducenti hanno quindi agito in giudizio per ottenere il riconoscimento di tale tempo come lavorativo e la relativa retribuzione.

Le Decisioni dei Giudici di Merito

Il percorso giudiziario ha visto decisioni contrastanti. In primo grado, il Tribunale ha dato ragione ai lavoratori, riconoscendo che gli spostamenti rientravano nella nozione di “viaggio comandato” e dovevano essere retribuiti. La Corte d’Appello, tuttavia, ha ribaltato la decisione. Secondo i giudici di secondo grado, non sussistevano i presupposti per considerare tali spostamenti come viaggi comandati, principalmente perché avvenivano all’interno dello stesso comune e perché mancava un ordine specifico dell’azienda che imponesse il rientro al luogo di inizio turno. Questa interpretazione negava di fatto il diritto dei lavoratori alla retribuzione per il tempo di trasferimento.

Il Principio di Diritto sul Tempo di Viaggio Retribuito

La Corte di Cassazione, investita della questione, ha accolto il ricorso dei lavoratori, cassando la sentenza d’appello. Gli Ermellini hanno enunciato un principio di diritto chiaro e di grande rilevanza: per il personale addetto ai pubblici servizi di trasporto, qualora il luogo di inizio e quello di fine del lavoro giornaliero non coincidano, il diritto al compenso per il tempo di spostamento sorge se tale circostanza deriva da una scelta organizzativa dell’azienda e non del lavoratore.

La nozione di “Viaggio Comandato”

La Corte ha interpretato estensivamente la nozione di “viaggio comandato”, prevista da una normativa del 1923 (R.D.L. n. 2328/1923) ancora in vigore per il settore. Si considera “comandato” ogni trasferimento inevitabile per l’organizzazione dei turni, che sia effettuato con un mezzo di servizio o con un mezzo proprio. Il fattore determinante non è l’esistenza di un ordine esplicito di spostamento, ma il fatto oggettivo che la separazione tra luogo di inizio e fine turno è una conseguenza diretta delle necessità logistiche e organizzative del datore di lavoro.

Le Motivazioni

La Suprema Corte ha fondato la sua decisione su una solida base normativa e giurisprudenziale, anche di matrice europea. I giudici hanno sottolineato che la nozione di “orario di lavoro”, secondo la direttiva UE 2003/88, include qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia a disposizione del datore di lavoro. Il tempo impiegato per uno spostamento necessario e imposto dall’organizzazione aziendale non può essere considerato “periodo di riposo”, poiché il lavoratore non è libero di gestire quel tempo per i propri interessi. Al contrario, egli sta adempiendo a una disposizione, seppur implicita, che discende direttamente dalla pianificazione del suo servizio.
L’azienda, organizzando il lavoro in modo tale da creare una scissione logistica tra inizio e fine della prestazione, si assume la responsabilità delle conseguenze che ne derivano. Grava sull’azienda, e non sul lavoratore, l’onere di questo tempo aggiuntivo. La Corte ha inoltre precisato che è irrilevante la scelta del mezzo usato dal lavoratore per lo spostamento (mezzo proprio o pubblico), poiché il diritto al compenso dipende dal fatto oggettivo della separazione dei luoghi di lavoro imposta dall’azienda.

Le Conclusioni

La sentenza rappresenta una vittoria significativa per i diritti dei lavoratori del settore dei trasporti e, per estensione, di tutti quei settori in cui la prestazione lavorativa è itinerante o frammentata. Viene affermato con forza che il potere organizzativo del datore di lavoro non può tradursi in un onere ingiustificato a carico del dipendente. Il principio stabilito è che il tempo di viaggio è retribuito quando lo spostamento non è una libera scelta del lavoratore per raggiungere la sede di lavoro, ma una necessità funzionale all’esecuzione della prestazione lavorativa così come organizzata dall’impresa. La causa è stata rinviata alla Corte d’Appello, che dovrà riesaminare il caso attenendosi a questo fondamentale principio di diritto.

Il tempo impiegato da un autista per spostarsi tra il luogo di inizio e fine turno, se diversi, è considerato orario di lavoro?
Sì, la Corte di Cassazione ha stabilito che questo tempo deve essere considerato orario di lavoro e retribuito, a condizione che la non coincidenza dei luoghi derivi da scelte organizzative dell’azienda e non da una richiesta del lavoratore.

Cosa si intende per “viaggio comandato” nel settore del trasporto pubblico?
Per “viaggio comandato” si intende ogni trasferimento che il lavoratore deve compiere, non per sua scelta ma per esigenze organizzative aziendali, al fine di iniziare il servizio in un luogo o di tornare dopo averlo terminato in un altro. Questo include gli spostamenti tra diversi capolinea o tra capolinea e deposito.

La scelta del lavoratore di usare un mezzo proprio per lo spostamento influisce sul diritto alla retribuzione?
No, la sentenza chiarisce che la scelta del mezzo utilizzato per lo spostamento è irrilevante. Il diritto alla retribuzione non dipende dal mezzo usato, ma dal fatto oggettivo che lo spostamento è reso necessario dall’organizzazione del lavoro imposta dal datore di lavoro.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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