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Tempo di viaggio: quando è orario di lavoro retribuito?

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 18008/2024, ha stabilito che il tempo di viaggio impiegato da un lavoratore per recarsi dal deposito aziendale al primo cliente e dall’ultimo cliente al deposito, utilizzando un mezzo aziendale, costituisce a tutti gli effetti orario di lavoro e deve essere retribuito. La Corte ha chiarito che un accordo sindacale che preveda una franchigia non retribuita per tale spostamento è nullo. Inoltre, ha precisato che, una volta accertato il diritto alla retribuzione, il giudice deve procedere alla quantificazione delle somme dovute, anche utilizzando i dati di geolocalizzazione aziendali, senza poter rigettare la domanda solo perché il lavoratore non ha fornito una prova specifica e dettagliata dei minuti esatti.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Tempo di viaggio: è orario di lavoro e va pagato. La parola della Cassazione

Il tempo di viaggio necessario per raggiungere il primo cliente della giornata partendo dalla sede aziendale è orario di lavoro? E quello per rientrare a fine servizio? Questa è una domanda cruciale per migliaia di lavoratori, specialmente per i tecnici ‘on field’. Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha fornito una risposta chiara e netta, rafforzando le tutele per i dipendenti e definendo i limiti degli accordi aziendali.

Il caso: Il tempo di viaggio non retribuito per i tecnici

La vicenda riguarda alcuni tecnici specializzati di una grande società di telecomunicazioni. Il loro lavoro consisteva in interventi presso i clienti. Ogni giorno, prelevavano il furgone aziendale dal deposito, si recavano dal primo cliente e, a fine giornata, dopo l’ultimo intervento, riportavano il mezzo al deposito.

Inizialmente, l’azienda considerava e retribuiva tutto questo tempo di viaggio come orario di lavoro. Successivamente, un nuovo accordo sindacale ha cambiato le regole: l’orario di lavoro sarebbe iniziato solo all’arrivo presso il primo cliente e terminato alla partenza dall’ultimo. L’accordo introduceva una ‘franchigia’ di 30 minuti giornalieri (15 all’andata e 15 al ritorno) per gli spostamenti, che non veniva più retribuita.

I lavoratori, ritenendo illegittima questa clausola, hanno fatto causa per ottenere il pagamento del tempo sottratto. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno riconosciuto la nullità della clausola, ma hanno respinto la richiesta di pagamento perché i lavoratori non avevano fornito una prova dettagliata e specifica dei minuti esatti lavorati ogni giorno.

La decisione della Cassazione e la gestione del tempo di viaggio

La Suprema Corte ha ribaltato la decisione dei giudici di merito sulla questione del pagamento, accogliendo il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito alcuni principi fondamentali.

La nullità della clausola sulla franchigia

La clausola dell’accordo aziendale che escludeva dalla retribuzione i primi 30 minuti di tempo di viaggio è stata dichiarata nulla. Questo perché si pone in contrasto diretto con una norma imperativa di legge (D.Lgs. 66/2003), la quale definisce ‘orario di lavoro’ qualsiasi periodo in cui il lavoratore è a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio delle sue funzioni. Il viaggio sul mezzo aziendale, tracciato tramite geolocalizzazione e funzionale all’attività lavorativa, rientra pienamente in questa definizione.

Il principio di conservazione del contratto

L’azienda, nel suo ricorso, sosteneva che la nullità di quella clausola avrebbe dovuto invalidare l’intero accordo aziendale. La Cassazione ha respinto questa tesi, applicando il principio della ‘sostituzione automatica’. Quando una clausola contrattuale è nulla perché contraria a norme inderogabili, la legge stessa si sostituisce alla clausola invalida, senza travolgere l’intero contratto. Questo meccanismo serve a preservare l’equilibrio contrattuale e ad assicurare la tutela prevista dalla legge.

L’onere della prova e la quantificazione del credito

Questo è il punto più innovativo della sentenza. La Corte d’Appello aveva negato il pagamento perché i lavoratori non avevano quantificato con precisione il loro credito. La Cassazione ha definito questo approccio un errore. Una volta che il diritto del lavoratore alla retribuzione per il tempo di viaggio è stato accertato, la sua quantificazione diventa un’operazione successiva che il giudice ha il dovere di compiere. Negare il diritto stesso per una mancata specifica quantificazione è illegittimo. Il giudice avrebbe dovuto utilizzare gli strumenti a sua disposizione, come i dati del sistema di geolocalizzazione aziendale o una consulenza tecnica d’ufficio (CTU), per determinare l’esatto ammontare dovuto.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano sul principio di corrispettività delle prestazioni nel rapporto di lavoro subordinato. Se il lavoratore impiega del tempo a disposizione e sotto il controllo del datore di lavoro (tempo ‘eterodiretto’), ha diritto alla corrispondente retribuzione. La Corte sottolinea che l’esistenza del diritto e la sua quantificazione sono due momenti distinti. La difficoltà nel calcolare l’esatto ammontare non può portare alla negazione del diritto stesso. È pacifico che i lavoratori fossero tecnici esterni e che impiegassero del tempo per gli spostamenti; questo tempo, anche se inferiore ai 30 minuti della franchigia, andava comunque retribuito. Spettava al giudice di merito il compito di accertarne la misura, basandosi sulle prove disponibili, come il sistema di geolocalizzazione che la stessa azienda utilizzava.

Le conclusioni

Questa ordinanza ha importanti implicazioni pratiche. Stabilisce con forza che il tempo di viaggio effettuato con mezzi aziendali per recarsi sul luogo di lavoro (diverso dalla sede fissa) è orario di lavoro retribuito. Inoltre, sposta l’onere della prova in modo più equo: una volta che il lavoratore dimostra l’esistenza del suo diritto, il giudice non può respingere la domanda per mancanza di un calcolo preciso, ma deve attivarsi per quantificare le somme, anche avvalendosi dei dati in possesso dell’azienda. Si tratta di una decisione che rafforza la posizione dei lavoratori e chiarisce che gli accordi collettivi non possono derogare in peggio alle tutele minime previste dalla legge.

Il tempo di viaggio dal deposito aziendale al primo cliente è considerato orario di lavoro?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che il tempo impiegato per spostarsi con un mezzo aziendale dal deposito al luogo del primo intervento, e da quello dell’ultimo intervento per tornare al deposito, è a tutti gli effetti orario di lavoro e deve essere retribuito, in quanto il lavoratore è a disposizione del datore di lavoro.

Un accordo aziendale può prevedere che una parte del tempo di viaggio non sia retribuita?
No. Una clausola di un accordo aziendale che stabilisce una ‘franchigia’ temporale non retribuita per tali spostamenti è considerata nulla, perché viola la definizione imperativa di orario di lavoro stabilita dalla legge. La norma di legge si sostituisce automaticamente alla clausola nulla.

Se un lavoratore non prova l’esatta durata del tempo di viaggio non pagato, perde il diritto alla retribuzione?
No. Secondo la Cassazione, una volta accertato che il lavoratore ha diritto a essere pagato per quel tempo, il giudice ha il dovere di quantificare la somma dovuta. Il mancato calcolo preciso da parte del lavoratore non fa venir meno il suo diritto. Il giudice deve utilizzare gli strumenti a sua disposizione, come i dati GPS dell’azienda, per determinare l’importo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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