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Riduzione trattamento accessorio: illegittimo il taglio

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17506/2024, ha dichiarato illegittimo il taglio forfettario del 30% sul trattamento accessorio di alcuni dirigenti medici operato da un’Azienda Sanitaria Locale. La Corte ha stabilito che la riduzione dei fondi per la retribuzione variabile, prevista dal D.L. 78/2010, non può essere arbitraria ma deve essere strettamente proporzionale alla diminuzione del personale in servizio rispetto all’anno 2010. Qualsiasi taglio percentuale generalizzato che non rispetti questo criterio viola i diritti soggettivi dei lavoratori. La sentenza della Corte d’Appello è stata cassata con rinvio per un nuovo calcolo basato su questo principio.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Riduzione trattamento accessorio: la Cassazione fissa i paletti

La questione della riduzione trattamento accessorio nel pubblico impiego è un tema delicato, che bilancia le esigenze di contenimento della spesa pubblica con la tutela dei diritti dei lavoratori. Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione è intervenuta per fare chiarezza sui limiti e le modalità con cui un’amministrazione può procedere a tali tagli, bocciando le riduzioni forfettarie e non ancorate a precisi criteri di legge. Analizziamo insieme la vicenda e i principi sanciti dai giudici di legittimità.

Il caso: un taglio forfettario del 30% sullo stipendio

Un gruppo di dirigenti medici di un’Azienda Sanitaria Locale si è visto applicare una decurtazione del 30% sulla remunerazione variabile aziendale. L’Azienda giustificava tale misura con la necessità di ridurre i fondi contrattuali, operando una trattenuta diretta in busta paga. I medici hanno impugnato il provvedimento, sostenendo che il taglio fosse arbitrario e basato su criteri di calcolo errati, in violazione delle normative sul contenimento della spesa pubblica (in particolare il D.L. n. 78 del 2010), che consentivano una decurtazione del trattamento accessorio e non di quello fondamentale.

Il Tribunale di primo grado aveva parzialmente accolto le loro ragioni, ma la Corte d’Appello aveva ribaltato la decisione, ritenendo legittimo il taglio in quanto misura temporanea e provvisoria, finalizzata al contenimento della spesa. Secondo i giudici d’appello, tale natura provvisoria impediva un sindacato sui criteri adottati dall’ente. I dirigenti medici hanno quindi presentato ricorso in Cassazione.

L’intervento della Cassazione sulla riduzione trattamento accessorio

La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei lavoratori, cassando la sentenza d’appello e stabilendo principi chiari in materia. Il fulcro della decisione ruota attorno all’interpretazione dell’art. 9, comma 2-bis, del D.L. n. 78 del 2010.

Il principio della proporzionalità

La norma in questione prevede due capisaldi:
1. Cristallizzazione: L’ammontare complessivo delle risorse per il trattamento accessorio non può superare quello dell’anno 2010.
2. Riduzione proporzionale: Tale importo va automaticamente ridotto in misura proporzionale alla riduzione del personale in servizio.

La Cassazione ha chiarito che un taglio percentuale fisso e generalizzato, come quello del 30% applicato dall’Azienda Sanitaria, contrasta direttamente con la lettera e la finalità della norma. La legge non autorizza tagli discrezionali, ma impone un meccanismo preciso: il risparmio deve derivare dalla cessazione dal servizio di alcuni dipendenti, e le risorse corrispondenti devono essere decurtate dal fondo complessivo.

Il calcolo corretto secondo la legge

In assenza di una tempestiva applicazione della norma, l’operazione di ricalcolo deve avvenire ex post seguendo le dinamiche normative e contrattuali. Ciò significa che l’ente deve:
– Ricalcolare i Fondi per ogni anno, partendo dall’importo del 2010 e depurandoli delle quote relative al personale cessato.
– Calcolare quanto spettante a ciascun medico sulla base del fondo correttamente rideterminato.
– Confrontare l’importo dovuto con quello effettivamente percepito, individuando le somme da restituire o da corrispondere.

le motivazioni della decisione

La Corte ha sottolineato che questa operazione non riguarda scelte di macro-organizzazione insindacabili dal giudice, ma attiene a diritti soggettivi dei singoli lavoratori. Ogni dipendente ha diritto a che la propria retribuzione accessoria non subisca una riduzione illegittima. Pertanto, il giudice ordinario ha piena competenza nel verificare la correttezza del calcolo e la legittimità del comportamento del datore di lavoro.

Contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte d’Appello, un taglio forfettario non può essere giustificato da un generico intento di rivedere le graduazioni delle funzioni. La revisione delle graduazioni è un procedimento distinto, che riguarda la distribuzione delle risorse all’interno del fondo, ma non l’ammontare del fondo stesso, che è vincolato dai limiti di legge.

le conclusioni e le implicazioni pratiche

L’ordinanza stabilisce un punto fermo: la riduzione trattamento accessorio nel pubblico impiego non può essere uno strumento discrezionale per il contenimento della spesa. Le amministrazioni devono attenersi scrupolosamente al meccanismo di riduzione proporzionale legato al calo del personale. Ogni taglio che si discosti da questo criterio è illegittimo e può essere contestato in giudizio. La sentenza della Cassazione è stata annullata e il caso è stato rinviato alla Corte d’Appello, che dovrà ora attenersi a questi principi per determinare il corretto dare-avere tra le parti, eseguendo le necessarie verifiche contabili.

Una Pubblica Amministrazione può ridurre il trattamento accessorio dei propri dirigenti con un taglio percentuale fisso?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che un taglio forfettario (come il 30% nel caso di specie) è illegittimo. La riduzione deve seguire i criteri specifici previsti dalla legge, che la legano alla diminuzione del personale.

Qual è il criterio corretto per la riduzione dei fondi per il trattamento accessorio secondo la legge?
La riduzione dell’ammontare complessivo delle risorse deve essere proporzionale alla riduzione del personale in servizio, prendendo come riferimento l’importo dei fondi dell’anno 2010 (principio di ‘cristallizzazione’ e riduzione proporzionale).

Il giudice può sindacare le modalità con cui un’azienda sanitaria pubblica decide di tagliare i fondi contrattuali?
Sì. La Corte ha affermato che il ricalcolo del trattamento accessorio spettante a ciascun dipendente attiene a un diritto soggettivo e non a scelte di macro-organizzazione. Pertanto, rientra pienamente nella competenza del giudice ordinario verificare la corretta applicazione della normativa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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