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Responsabilità professionale sanitaria: il caso

Un paziente, ricoverato per obesità, subisce l’amputazione di una gamba a seguito di un’infezione non gestita adeguatamente dalla struttura sanitaria. Il Tribunale ha riconosciuto la responsabilità professionale sanitaria dell’ospedale per le omissioni diagnostiche e le cure inadeguate, condannandolo al risarcimento del danno biologico. La sentenza sottolinea come le preesistenti patologie del paziente non escludano la colpa della struttura, ma incidano solo sulla quantificazione del danno.

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Pubblicato il 12 febbraio 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile

Responsabilità professionale sanitaria: quando l’omissione diagnostica porta all’amputazione

La responsabilità professionale sanitaria è un tema cruciale che tocca la vita di tutti noi. Quando ci affidiamo a una struttura sanitaria, riponiamo la nostra fiducia in un sistema che dovrebbe garantire le migliori cure possibili. Ma cosa succede quando questa fiducia viene tradita da omissioni e negligenze? Una recente sentenza del Tribunale di Milano offre un’analisi dettagliata di un caso drammatico, terminato con l’amputazione di un arto, delineando chiaramente i confini della responsabilità della struttura e dei suoi medici.

I fatti di causa

Un paziente, affetto da grave obesità e altre patologie, veniva ricoverato presso un istituto specializzato per un programma di riabilitazione e perdita di peso. Già al momento dell’ingresso, presentava ulcere agli arti inferiori. Durante il ricovero, la situazione della gamba destra peggiora drasticamente.

Nonostante una prima consulenza vascolare avesse consigliato un esame diagnostico approfondito (Angio-TAC), questo veniva eseguito con notevole ritardo e con apparecchiature inadeguate, risultando non attendibile. Nel frattempo, le lesioni si infettavano con un batterio aggressivo (Pseudomonas Aeruginosa), tipico degli ambienti ospedalieri. La gestione dell’infezione si rivelava carente: le medicazioni venivano eseguite con una frequenza inferiore a quella richiesta dalle buone pratiche cliniche e la terapia antibiotica veniva prescritta e poi sospesa senza un chiaro razionale.

Infine, il paziente veniva dimesso in assenza di una diagnosi completa e di un piano terapeutico adeguato. La sua condizione, aggravatasi rapidamente, lo costringeva a un nuovo ricovero in un’altra struttura, dove, nonostante i tentativi di rivascolarizzazione, l’infezione e il danno vascolare erano ormai così gravi da rendere inevitabile l’amputazione transfemorale della gamba destra.

La responsabilità professionale sanitaria della struttura

Il Tribunale ha ritenuto la struttura sanitaria e uno dei suoi medici chirurghi vascolari responsabili per l’accaduto. La decisione si fonda principalmente sulle conclusioni della Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU), che ha evidenziato una serie di gravi inadempienze:

1. Omesso completamento diagnostico: La mancata esecuzione tempestiva e adeguata dell’Angio-TAC ha impedito di comprendere la gravità della patologia vascolare e di intervenire precocemente.
2. Inadeguata gestione delle lesioni infette: La frequenza delle medicazioni era insufficiente e la gestione della terapia antibiotica inappropriata, consentendo all’infezione di progredire senza controllo.
3. Imprudenza nelle dimissioni: Dimettere un paziente in quelle condizioni, senza una diagnosi chiara e senza un piano di monitoraggio, è stata giudicata una condotta gravemente imprudente.

Il giudice ha ribadito il principio secondo cui la struttura sanitaria risponde contrattualmente per le condotte negligenti e imprudenti dei medici di cui si avvale, ai sensi della Legge Gelli-Bianco e degli articoli 1218 e 1228 del codice civile. La struttura ha l’onere di provare di aver adempiuto correttamente alla propria prestazione e che l’evento dannoso sia dipeso da cause a essa non imputabili, prova che in questo caso non è stata fornita.

La decisione del Tribunale

Il Tribunale ha condannato la struttura sanitaria e il medico in solido a risarcire il paziente per il danno biologico subito. Il risarcimento è stato calcolato con il metodo “differenziale”: si è monetizzata l’invalidità complessiva del paziente dopo l’amputazione (80%) e da questa si è sottratto il valore monetario dell’invalidità preesistente all’illecito (66%). È stato inoltre riconosciuto un danno biologico temporaneo per il periodo di inabilità assoluta. Le richieste risarcitorie avanzate dai familiari (moglie e figli) sono state invece respinte, poiché non hanno fornito prove specifiche dello “sconvolgimento delle abitudini di vita” o di un concreto peggioramento della loro sfera dinamico-relazionale.

Le motivazioni

Il cuore della motivazione risiede nel concetto di nesso causale. Il Tribunale ha stabilito che le gravi inadempienze della struttura sanitaria hanno avuto un ruolo causale “prevalente” nel determinare l’amputazione. Le preesistenti condizioni del paziente (obesità, diabete, vasculopatia) sono state considerate come un fattore concorrente, ma non sufficiente a interrompere il legame tra la negligenza medica e il danno finale. La giurisprudenza costante, infatti, chiarisce che uno stato patologico pregresso non esonera il sanitario da responsabilità se la sua condotta negligente si inserisce in quella serie causale, aggravando la situazione. Tali condizioni preesistenti rilevano, come detto, solo in un secondo momento, quello della quantificazione del danno (cosiddetta “causalità giuridica”), per determinare quale porzione di danno sia effettivamente attribuibile alla condotta illecita.

Le conclusioni

Questa sentenza riafferma principi fondamentali in materia di responsabilità professionale sanitaria. In primo luogo, sottolinea l’obbligo per le strutture sanitarie di garantire non solo la prestazione medica in sé, ma anche un’organizzazione efficiente che assicuri la tempestività degli accertamenti diagnostici e l’adeguatezza dei protocolli di cura, specialmente nella prevenzione e gestione delle infezioni ospedaliere. In secondo luogo, conferma che l’onere della prova grava sulla struttura, che deve dimostrare di aver agito con la massima diligenza e che l’evento avverso era inevitabile. Infine, offre un chiaro esempio di come il danno biologico venga liquidato in presenza di menomazioni preesistenti, distinguendo nettamente tra l’accertamento della responsabilità e la successiva quantificazione del risarcimento.

Quando una struttura sanitaria è responsabile per un’infezione contratta in ospedale?
Secondo la sentenza, la struttura sanitaria è ritenuta responsabile a meno che non dimostri di aver adottato tutte le cautele e i protocolli necessari per prevenire l’infezione. L’onere di fornire questa prova liberatoria ricade interamente sulla struttura stessa.

Le condizioni di salute preesistenti del paziente escludono la responsabilità del medico o dell’ospedale?
No, le condizioni preesistenti non escludono la responsabilità della struttura se la sua condotta negligente ha causato un peggioramento o un nuovo danno. Tali condizioni vengono prese in considerazione solo in un secondo momento, per quantificare l’ammontare del risarcimento, sottraendo il danno che sarebbe comunque esistito a prescindere dall’errore medico.

Perché la richiesta di risarcimento dei familiari è stata respinta?
La richiesta è stata respinta perché i familiari non hanno fornito prove specifiche e concrete di come l’evento lesivo subito dal loro congiunto abbia causato uno “sconvolgimento delle abitudini di vita” o un’alterazione peggiorativa della loro sfera personale e relazionale. Una generica allegazione del dolore non è stata ritenuta sufficiente per il risarcimento.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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