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Rapporto di lavoro full time: prova e accordo tacito

Una lavoratrice assunta senza un contratto part-time scritto rivendica un rapporto di lavoro full time. La Cassazione conferma la presunzione di tempo pieno, ma chiarisce che una prassi consolidata di sospensione del lavoro (lavoro solo nei giorni di apertura di un locale), supportata da un accordo sindacale, costituisce una clausola tacita del contratto. Il datore di lavoro non può modificare unilateralmente tale clausola, riducendo le giornate garantite, senza un nuovo consenso del lavoratore.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Rapporto di Lavoro Full Time: Quando la Prassi Diventa Contratto?

La qualificazione di un rapporto di lavoro può generare complessi contenziosi, specialmente quando la prassi quotidiana diverge dalla forma contrattuale, o quando questa è del tutto assente. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato un caso emblematico, chiarendo i confini tra la presunzione di un rapporto di lavoro full time e la possibilità di dimostrare un accordo tacito per una prestazione ridotta. La vicenda riguarda una lavoratrice di una discoteca che, pur avendo sempre lavorato solo nei giorni di apertura del locale, ha rivendicato il suo status di dipendente a tempo pieno a causa della mancanza di un contratto part-time scritto.

I Fatti del Caso: Lavoro in Discoteca senza Contratto Scritto

Una lavoratrice, dipendente dal 1993 di una società che gestisce una nota discoteca, ha agito in giudizio sostenendo che il suo rapporto dovesse essere considerato a tempo pieno. La base della sua argomentazione era solida: al momento della sua assunzione, la legge richiedeva la forma scritta ad substantiam per i contratti part-time, forma che nel suo caso non era mai stata rispettata. Per anni, la sua prestazione si era svolta solo durante le serate di apertura del locale. Un accordo sindacale del 2009 aveva poi formalizzato una garanzia minima di 120 giornate retribuite all’anno.

Nel 2015, la società ha disdettato tale accordo, proponendo ai dipendenti nuovi contratti individuali con un minimo garantito inferiore (105 giorni), che la lavoratrice ha rifiutato. Successivamente, ha messo in mora l’azienda, offrendo la propria disponibilità a lavorare a tempo pieno.

La Decisione della Corte: Presunzione di Rapporto di Lavoro Full Time e Accordo Tacito

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza in esame, ha cassato la sentenza d’appello e ha delineato principi di diritto fondamentali per risolvere la questione.

La Presunzione di Lavoro a Tempo Pieno

In via di principio, i giudici hanno ribadito un caposaldo del diritto del lavoro: in assenza di un patto scritto che specifichi un orario ridotto, il rapporto di lavoro subordinato si presume costituito a tempo pieno (full time). L’onere della prova contraria spetta al datore di lavoro. Su questo punto, la Corte d’Appello aveva errato nel qualificare il rapporto come part-time basandosi unicamente sulla prassi ultraventennale.

L’Importanza della Sospensione Concordata e dei Facta Concludentia

Tuttavia, la Cassazione introduce una precisazione cruciale. Sebbene il rapporto nasca giuridicamente come full time, il datore di lavoro è ammesso a provare che, nel corso del tempo, le parti abbiano concordato delle sospensioni della prestazione lavorativa. Questo accordo può manifestarsi anche per facta concludentia, cioè attraverso comportamenti concludenti e inequivocabili. Nel caso specifico, il fatto che tutti i dipendenti avessero costantemente lavorato solo nei giorni di apertura, e che tale prassi fosse stata avallata dall’accordo sindacale del 2009 con la garanzia di 120 giorni, è stato interpretato come una clausola tacita di sospensione consensuale, integrata nei contratti individuali.

La Modifica Unilaterale dell’Accordo è Illegittima

Una volta che questo assetto consensuale si è “incorporato” nel contratto individuale, non può essere modificato unilateralmente dal datore di lavoro. La disdetta dell’accordo sindacale del 2009 non era sufficiente a ridurre il numero di giornate garantite. Per farlo, sarebbe stato necessario un nuovo consenso da parte della lavoratrice, che non è mai arrivato. Pertanto, la messa in mora della lavoratrice ha avuto l’effetto di “ripristinare” non un tempo pieno mai concretamente eseguito, ma la situazione precedente alla modifica unilaterale: un rapporto di lavoro full time con sospensione concordata e garanzia di 120 giornate retribuite.

Le Motivazioni della Cassazione

La Corte ha motivato la sua decisione sulla base di un equilibrio tra la presunzione legale e la volontà effettiva delle parti. Pur riconoscendo la natura full time del rapporto per difetto di forma scritta, ha dato peso alla volontà concorde, manifestatasi per decenni, di limitare la prestazione ai giorni di apertura del locale. Questa sospensione consensuale, tuttavia, non era senza condizioni: era accompagnata dalla garanzia retributiva minima stabilita dall’accordo collettivo. Questo accordo, secondo la Corte, ha agito come una ratifica e una formalizzazione della prassi, trasformandola in un elemento contrattuale. La Corte ha chiarito che non si tratta di un “uso aziendale” (un comportamento favorevole e unilaterale del datore), ma di una vera e propria clausola contrattuale bilaterale, seppur tacita, di segno sfavorevole (in quanto riduttiva della prestazione) ma bilanciata dalla garanzia economica.

Conclusioni: Le Implicazioni Pratiche della Sentenza

Questa ordinanza offre importanti spunti pratici. Innanzitutto, ribadisce la centralità della forma scritta per i contratti part-time come strumento di tutela del lavoratore. In sua assenza, la presunzione di tempo pieno è forte. In secondo luogo, evidenzia come la realtà fattuale e gli accordi, anche taciti e collettivi, possano integrare e modificare il contenuto del contratto individuale di lavoro. Infine, stabilisce un principio di stabilità: una volta che un determinato equilibrio (come la sospensione della prestazione a fronte di una garanzia minima) si è consolidato per volontà concorde delle parti, il datore di lavoro non può alterarlo a proprio piacimento, ma necessita di un nuovo accordo con il lavoratore. La decisione finale spetterà alla Corte d’Appello in sede di rinvio, che dovrà calcolare le differenze retributive dovute alla lavoratrice non sulla base di un ipotetico tempo pieno, ma sulla garanzia delle 120 giornate annue.

Un rapporto di lavoro senza contratto scritto è considerato part-time se di fatto si è sempre lavorato a orario ridotto?
No. Secondo la Cassazione, in assenza di un patto scritto con forma richiesta ad substantiam, il rapporto di lavoro si presume giuridicamente costituito a tempo pieno (full time). Tuttavia, il datore di lavoro può provare che le parti abbiano concordato tacitamente una sospensione della prestazione in alcuni giorni.

Un accordo aziendale che stabilisce un numero minimo di giornate lavorative può diventare parte del contratto individuale anche senza firma del singolo lavoratore?
Sì. Se un accordo aziendale formalizza e regola una prassi di lavoro a giornate ridotte già in atto da tempo e seguita da tutti i dipendenti, le sue condizioni (come la garanzia di un numero minimo di giornate retribuite) si considerano “incorporate” nei contratti individuali come clausole tacite, derivanti da comportamenti concludenti.

Il datore di lavoro può ridurre unilateralmente le giornate di lavoro garantite da un precedente accordo, anche se lo ha formalmente disdettato?
No. Una volta che la garanzia di un numero minimo di giornate è divenuta parte integrante del contratto individuale attraverso una prassi consolidata e un accordo collettivo, la sua modifica richiede un nuovo consenso del lavoratore. La semplice disdetta unilaterale dell’accordo collettivo da parte del datore di lavoro non è sufficiente per ridurre tale garanzia.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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