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Rapporto convenzionato: no a paga ACN senza contratto

La Corte di Cassazione ha stabilito che un rapporto di lavoro con la Pubblica Amministrazione, anche se di fatto continuativo e assimilabile a un rapporto convenzionato, non dà diritto al trattamento economico previsto dal relativo Accordo Collettivo Nazionale (ACN) in assenza di un contratto formale. L’illegittimità dei contratti a termine utilizzati per coprire carenze di organico non è sufficiente a estendere automaticamente le tutele economiche del rapporto convenzionato, per il quale è necessaria una specifica procedura di stipula. Il professionista potrà tutt’al più agire per il risarcimento del danno o per ingiustificato arricchimento.

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Pubblicato il 29 agosto 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Rapporto Convenzionato: la Forma Vince sulla Sostanza per la P.A.

Quando un professionista collabora per anni con un’Azienda Sanitaria Pubblica tramite contratti a termine illegittimi, ha diritto alla stessa retribuzione di un collega con un rapporto convenzionato formale? La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha dato una risposta netta: no. La decisione sottolinea un principio fondamentale nei rapporti con la Pubblica Amministrazione: la necessità di un atto formale scritto, senza il quale non è possibile rivendicare l’applicazione di un accordo collettivo specifico, anche se la sostanza del lavoro svolto è identica. Analizziamo i dettagli di questa importante pronuncia.

I Fatti: Contratti a Progetto per Coprire Carenze Strutturali

Il caso riguarda una professionista veterinaria che, per circa otto anni (dal 2002 al 2009), ha lavorato per un’Azienda Sanitaria Provinciale attraverso una serie di contratti di collaborazione a progetto e a tempo determinato. Tali contratti erano stati stipulati per far fronte a specifiche esigenze, come la sorveglianza sulla BSE e altre emergenze sanitarie. Successivamente, il rapporto è stato stabilizzato con un contratto a tempo indeterminato in regime convenzionato.

La professionista ha agito in giudizio sostenendo l’illegittimità della sequenza di contratti a termine, poiché a suo avviso mascheravano una necessità stabile e continuativa dell’ente pubblico, e non esigenze temporanee e straordinarie. Chiedeva, quindi, il riconoscimento delle differenze retributive, pretendendo l’applicazione del trattamento economico previsto dall’Accordo Collettivo Nazionale (ACN) per i medici veterinari convenzionati per tutto il periodo pregresso.

Se in un primo momento il Tribunale aveva respinto la domanda, la Corte d’Appello aveva dato ragione alla lavoratrice, riqualificando il rapporto come parasubordinato e riconoscendo il diritto alle differenze retributive basate sull’ACN, avendo accertato che i contratti erano serviti a “colmare carenze strutturali della dotazione interna”.

La Decisione della Corte di Cassazione sul rapporto convenzionato

L’Azienda Sanitaria ha impugnato la decisione d’appello dinanzi alla Corte di Cassazione, che ha ribaltato completamente il verdetto. Gli Ermellini hanno accolto i motivi di ricorso dell’ente pubblico, affermando un principio di rigido formalismo.

La Logica del Formalismo nei Contratti Pubblici

La Suprema Corte chiarisce che il rapporto convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale è una figura giuridica che può essere costituita solo attraverso una procedura specifica e la stipula di un contratto formale e scritto. La Pubblica Amministrazione, infatti, può concludere accordi solo nelle forme previste dalla legge. Non è ammessa la costituzione di un rapporto di tale natura “per fatti concludenti” o sulla base della mera sostanza della prestazione lavorativa.

L’Inapplicabilità dell’ACN al di Fuori di un Contratto Formale

Di conseguenza, l’Accordo Collettivo Nazionale, che disciplina i profili economici e normativi del rapporto convenzionato, si applica esclusivamente ai professionisti che hanno stipulato un contratto formale. L’aver lavorato con contratti poi dichiarati illegittimi, anche se svolgendo mansioni identiche a quelle di un collega convenzionato, non è sufficiente per invocare l’applicazione diretta dell’ACN.

La Corte ha specificato che l’illegittimità dei contratti utilizzati dall’Azienda Sanitaria non può tradursi in un’automatica conversione giuridica ed economica del rapporto. Le tutele per il professionista, in questi casi, sono altre: può agire per il risarcimento del danno subito a causa del comportamento illegittimo della P.A. o, in subordine, intentare un’azione per ingiustificato arricchimento, ma non può pretendere l’applicazione di un trattamento economico legato a una tipologia contrattuale mai formalizzata.

Le Motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano sulla netta distinzione tra la validità formale di un contratto con la Pubblica Amministrazione e la natura sostanziale della prestazione. La normativa di settore (in particolare l’art. 48 della legge n. 833/1978) richiede procedure specifiche e forme scritte per l’accesso alle convenzioni. Permettere un’applicazione “sostanzialistica” degli accordi collettivi creerebbe un’elusione delle norme imperative sull’accesso ai rapporti con la P.A. e porterebbe a un’invalidità della stessa norma collettiva, che non può imporre alla P.A. di pagare trattamenti economici a soggetti che non hanno rispettato i presupposti formali di applicazione. La giurisprudenza è costante nell’affermare che i rapporti con la P.A. non possono seguire una logica sostanziale, ma solo formale.

Le Conclusioni

La sentenza stabilisce un confine chiaro: l’illegittimità di un contratto di lavoro con la P.A. non comporta l’automatica applicazione di un contratto collettivo più favorevole previsto per un’altra tipologia di rapporto. Il principio di formalismo contrattuale è un baluardo che impedisce la costituzione di rapporti di pubblico impiego o convenzionati di fatto. Per i professionisti, questa decisione significa che, in caso di abuso di contratti a termine, la via maestra per ottenere tutela non è la richiesta di differenze retributive basate su un ACN inapplicabile, ma l’azione risarcitoria per i danni derivanti dalla precarietà illegittimamente subita.

Un contratto di collaborazione con la Pubblica Amministrazione, se illegittimo, può essere automaticamente equiparato a un rapporto convenzionato ai fini della retribuzione?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che l’illegittimità dei contratti a termine non è sufficiente a trasformare il rapporto in un rapporto convenzionato. Quest’ultimo richiede una stipula formale secondo procedure specifiche, e in sua assenza non si possono applicare le relative condizioni economiche.

Per ottenere il trattamento economico previsto dall’Accordo Collettivo Nazionale (ACN) è sufficiente dimostrare che il lavoro svolto era di fatto identico a quello di un professionista convenzionato?
No, non è sufficiente. La sentenza chiarisce che l’applicazione dell’ACN è strettamente legata all’esistenza di un formale contratto di convenzione. La mera somiglianza o identità delle mansioni svolte non può superare il requisito della forma scritta e della procedura prevista dalla legge per i rapporti con la Pubblica Amministrazione.

Quali tutele ha un professionista che ha lavorato per la Pubblica Amministrazione con contratti illegittimi, se non può ottenere le differenze retributive previste dall’ACN?
Secondo la Corte, il professionista non può chiedere l’applicazione dell’ACN, ma può agire in giudizio per ottenere il risarcimento del danno derivante dall’utilizzo abusivo di contratti a termine. In alternativa, ove ne ricorrano i presupposti, può esperire l’azione generale di arricchimento senza causa (art. 2041 c.c.).

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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