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Punteggio servizio militare: la Cassazione chiarisce

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza in esame, ha stabilito la legittimità della differente valutazione del punteggio servizio militare ai fini delle graduatorie del personale ATA. Il servizio prestato in costanza di rapporto di lavoro deve essere equiparato al servizio civile, mentre quello svolto al di fuori di un rapporto di lavoro può ricevere un punteggio inferiore, purché non discriminatorio rispetto ad altri servizi presso enti pubblici.

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Pubblicato il 31 dicembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Punteggio Servizio Militare: la Cassazione Stabilisce la Valutazione Differenziata

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha messo un punto fermo su una questione a lungo dibattuta: come calcolare il punteggio servizio militare nelle graduatorie del personale ATA. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del Ministero dell’Istruzione, stabilendo che è legittimo attribuire un punteggio diverso a seconda che il servizio di leva sia stato svolto in costanza di un rapporto di lavoro o meno. Questa decisione ha importanti implicazioni per migliaia di aspiranti a un impiego nella scuola pubblica.

I Fatti di Causa

La vicenda nasce dal ricorso di un nutrito gruppo di lavoratori, aspiranti all’inserimento nelle graduatorie di III fascia del personale ATA per il triennio 2021-2024. Essi chiedevano il riconoscimento del servizio militare di leva con il punteggio pieno (6 punti per anno), equiparandolo a tutti gli effetti a un servizio di ruolo prestato presso l’amministrazione scolastica, anche se svolto non in costanza di un rapporto di lavoro.

Inizialmente, sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano dato ragione ai lavoratori, obbligando il Ministero a rideterminare i punteggi. Secondo i giudici di merito, una valutazione inferiore avrebbe costituito una discriminazione. Il Ministero dell’Istruzione, ritenendo errata questa interpretazione, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione, sostenendo la legittimità della differenziazione prevista dalla normativa ministeriale.

La Valutazione del Punteggio Servizio Militare Secondo la Cassazione

La Corte di Cassazione ha ribaltato le precedenti decisioni, accogliendo il motivo unico del ricorso del Ministero. Gli Ermellini hanno chiarito che la normativa di riferimento, in particolare l’art. 2050 del d.lgs. n. 66/2000, non impone un’assoluta parità di trattamento in ogni circostanza. La differenziazione del punteggio non solo è possibile, ma risponde a una logica di equità e di coerenza con i principi costituzionali.

La Corte ha quindi cassato la sentenza d’appello e, decidendo nel merito, ha rigettato la domanda originaria dei lavoratori, compensando le spese processuali data la recente definizione della questione in giurisprudenza.

Le Motivazioni della Decisione

Il cuore del ragionamento della Corte di Cassazione risiede nell’interpretazione dell’art. 52 della Costituzione e dell’art. 2050 del Codice dell’ordinamento militare. La Corte ha spiegato che la finalità della norma è evitare che l’adempimento di un dovere costituzionale, come il servizio di leva, possa pregiudicare la posizione lavorativa del cittadino. Questo principio di tutela si applica pienamente a chi è costretto a interrompere un rapporto di lavoro in corso per prestare servizio militare. In questo caso, è giusto e ragionevole che quel periodo sia valutato come se fosse stato effettivamente lavorato, attribuendo il punteggio pieno. Ciò garantisce parità di trattamento rispetto al collega che, non dovendo partire per la leva, ha potuto proseguire nell’identico rapporto di lavoro.

La situazione è diversa per chi svolge il servizio militare senza avere un rapporto di lavoro preesistente. In questo scenario, non c’è un’interruzione da compensare o un pregiudizio lavorativo da sanare. Pur riconoscendo il valore del servizio prestato, la normativa può legittimamente attribuire un punteggio inferiore, purché non sia inferiore a quello previsto per i servizi resi presso altre pubbliche amministrazioni. La differenziazione, quindi, non è irragionevole perché risponde a esigenze diverse: da un lato tutelare chi interrompe un lavoro, dall’altro valorizzare un’esperienza senza equipararla a un servizio specifico mai iniziato.

Conclusioni

L’ordinanza della Cassazione consolida un orientamento giurisprudenziale chiaro: la valutazione del punteggio servizio militare nelle graduatorie pubbliche può essere differenziata. Il servizio svolto in costanza di rapporto di lavoro deve essere valutato a punteggio pieno, come servizio effettivamente reso. Al contrario, il servizio svolto al di fuori di un rapporto di lavoro riceve un punteggio inferiore, ma comunque riconosciuto. Questa decisione fornisce certezza giuridica e convalida l’operato dell’amministrazione scolastica, definendo i criteri di valutazione in modo equo e conforme ai principi costituzionali.

Il servizio militare vale sempre il punteggio massimo nelle graduatorie scolastiche?
No. Secondo la Corte di Cassazione, il servizio militare vale il punteggio massimo (pari al servizio civile specifico) solo se è stato svolto in costanza di un rapporto di lavoro, costringendo il lavoratore a interromperlo. Se svolto al di fuori di un rapporto di lavoro, riceve un punteggio inferiore.

Perché la Cassazione distingue tra servizio militare svolto durante un lavoro e quello svolto prima?
La distinzione si basa su un principio di equità sancito dalla Costituzione. Chi interrompe un lavoro per adempiere all’obbligo di leva non deve essere penalizzato rispetto ai colleghi che continuano a lavorare. Per chi non ha un lavoro, invece, non c’è una posizione da tutelare, quindi il servizio viene comunque valorizzato ma non equiparato a un servizio specifico mai iniziato.

Qual è l’impatto pratico di questa ordinanza per chi aspira a lavorare nella scuola come personale ATA?
L’impatto è che gli aspiranti che hanno svolto il servizio militare senza essere sotto contratto di lavoro vedranno riconosciuto un punteggio inferiore rispetto a quello pieno. Le graduatorie dovranno essere compilate seguendo questo criterio, che la Cassazione ha ritenuto legittimo e non discriminatorio.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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