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Patto di prova: quando è valido nel pubblico impiego

Il Tribunale ha rigettato il ricorso di una lavoratrice che contestava il licenziamento per mancato superamento del patto di prova. La sentenza chiarisce che nel pubblico impiego il periodo di prova è obbligatorio per legge anche se il dipendente ha già lavorato per l’ente con contratti a termine, e la sua durata va calcolata sui giorni di lavoro effettivo.

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Pubblicato il 9 marzo 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il patto di prova nel pubblico impiego: la guida completa

In una recente pronuncia del Tribunale, è stata affrontata una questione cruciale riguardante la validità del patto di prova nei contratti di lavoro con la Pubblica Amministrazione. Il caso riguarda una lavoratrice assunta a tempo indeterminato come istruttore educativo, il cui rapporto è stato interrotto per mancato superamento della prova.

Il caso e le contestazioni della lavoratrice

La ricorrente sosteneva che il patto di prova fosse illegittimo per diversi motivi. Innanzitutto, evidenziava di aver già lavorato per lo stesso ente per oltre 1100 giorni con contratti a termine, svolgendo le medesime mansioni. Inoltre, contestava il mancato riproporzionamento della durata della prova rispetto all’orario part-time e la natura asseritamente discriminatoria del licenziamento.

L’obbligatorietà del patto di prova nel settore pubblico

Il Tribunale ha chiarito che, a differenza del settore privato, nel pubblico impiego privatizzato il patto di prova è obbligatorio per legge all’atto dell’assunzione definitiva. Anche se il dipendente ha già superato periodi di prova in precedenti contratti a termine con la stessa amministrazione, la norma imperativa (Art. 70 D.Lgs. 165/2001) impone una nuova verifica al momento dell’ingresso stabile in ruolo.

Il calcolo della durata effettiva

Un punto fondamentale della decisione riguarda il computo dei giorni. La giurisprudenza stabilisce che, se il contratto collettivo parla di “periodo effettivamente prestato”, devono essere conteggiati solo i giorni in cui il lavoratore ha realmente svolto l’attività, escludendo ferie, malattie e riposi. Questo significa che il termine finale della prova si sposta in avanti in proporzione alle assenze.

L’onere della prova e i motivi del recesso

Per contestare validamente un recesso durante la prova, il lavoratore deve dimostrare non solo di aver svolto bene i propri compiti, ma anche che il licenziamento è stato determinato da motivi illeciti o estranei alla funzione della prova. Nel caso in esame, l’ente datore di lavoro ha documentato numerosi episodi specifici di criticità operativa che hanno reso legittimo il giudizio negativo.

le motivazioni

Il giudice ha fondato la decisione sul principio di specialità del pubblico impiego, dove il patto di prova risponde a un interesse pubblico di verifica della capacità professionale del dipendente. Le motivazioni evidenziano che la durata di sei mesi prevista dal contratto collettivo non deve essere ridotta per i lavoratori part-time orizzontali, poiché la frequenza quotidiana al lavoro permette comunque una valutazione completa. Inoltre, la mancata contestazione specifica degli episodi di negligenza da parte della lavoratrice ha reso tali fatti provati in sede di giudizio.

le conclusioni

In conclusione, il ricorso è stato integralmente rigettato. La sentenza conferma che il potere di recesso del datore di lavoro durante il periodo di prova rimane discrezionale, purché sia coerente con la finalità della clausola. Per i dipendenti pubblici, questo significa che la stabilità del posto di lavoro è subordinata a un vaglio rigoroso delle competenze effettive, che non può essere eluso nemmeno vantando una lunga precedente esperienza a termine nello stesso ente.

Il patto di prova è nullo se il lavoratore ha già lavorato per lo stesso datore con le stesse mansioni?
No, nel pubblico impiego privatizzato le assunzioni sono obbligatoriamente soggette a un periodo di prova per legge, anche se precedute da contratti a termine per i quali la prova era già stata superata.

Come si calcola il termine della prova in caso di ferie o malattie della lavoratrice?
In presenza di clausole che prevedono il computo del solo servizio effettivamente prestato, il decorso del periodo di prova è sospeso da ogni evento che impedisca la prestazione lavorativa, come ferie, malattie o permessi.

Cosa deve dimostrare il dipendente per contestare il licenziamento in prova come discriminatorio?
Incombe sul lavoratore l’onere di provare sia il positivo superamento del periodo di prova, sia che il recesso è stato determinato esclusivamente da un motivo illecito o discriminatorio estraneo alla valutazione professionale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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