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Passaggio di fascia dirigenziale: vale il comando?

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 19885/2024, ha stabilito un importante principio in materia di pubblico impiego. Una dirigente statale, in comando presso un’amministrazione non statale, ha diritto a veder valutato l’incarico svolto ai fini del passaggio di fascia dirigenziale. La Corte ha chiarito che i principi normativi sulla progressione di carriera, previsti per le amministrazioni statali, si estendono anche agli incarichi equivalenti svolti presso enti locali, in virtù del dovere di adeguamento di questi ultimi ai principi generali sull’ordinamento civile. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione nel merito.

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Pubblicato il 29 gennaio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Passaggio di fascia dirigenziale: valido anche l’incarico in comando

Il passaggio di fascia dirigenziale per un dipendente pubblico può basarsi anche su incarichi di vertice svolti in comando presso un’amministrazione non statale, come un Comune. A stabilirlo è la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con la recente ordinanza n. 19885 del 2024, che ha accolto il ricorso di una dirigente statale. La decisione chiarisce l’estensione delle norme sulla progressione di carriera, affermando che ciò che conta è l’equivalenza sostanziale delle funzioni svolte, non la natura statale dell’ente presso cui sono state esercitate.

I fatti del caso

Una dirigente in servizio presso la Presidenza del Consiglio dei ministri veniva collocata in posizione di comando presso il Comune di Roma. Qui, per diversi anni, ricopriva l’incarico di direttore di un Ufficio extradipartimentale della Protezione civile.

Sulla base di questo incarico, la dirigente chiedeva alla sua amministrazione di appartenenza il riconoscimento del diritto al passaggio di fascia dirigenziale (dalla seconda alla prima), con il conseguente adeguamento economico. Mentre l’adeguamento stipendiale le veniva riconosciuto, la promozione di fascia le veniva negata.

La controversia approdava in tribunale. In primo grado, la domanda veniva parzialmente accolta, ma la Corte d’Appello, in riforma della prima sentenza, dava ragione all’amministrazione. La dirigente proponeva quindi ricorso per cassazione.

Il passaggio di fascia dirigenziale e l’interpretazione della normativa

Il nodo della questione era interpretare l’articolo 23 del D.Lgs. 165/2001, che regola il transito dei dirigenti nella prima fascia. La Corte d’Appello aveva ritenuto che tale norma si applicasse solo a incarichi svolti presso amministrazioni statali.

La Cassazione ha ribaltato questa interpretazione, giudicandola errata e fondando il proprio ragionamento su due pilastri normativi:

1. L’art. 27 del D.Lgs. 165/2001: Questa norma impone alle amministrazioni pubbliche non statali (come Regioni ed enti locali) di adeguare i propri ordinamenti ai principi fondamentali stabiliti per la dirigenza statale. Questo obbligo di adeguamento deriva dalla competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di “ordinamento civile”, che include la disciplina del rapporto di lavoro pubblico.
2. Il principio di equivalenza: L’art. 23 prevede la promozione per chi ha ricoperto incarichi di direzione di uffici dirigenziali generali o “equivalenti”. Secondo la Suprema Corte, tale equivalenza non deve essere intesa in senso restrittivo, ma si estende agli incarichi che, pur svolti in amministrazioni non statali, implicano le stesse competenze, poteri e responsabilità della dirigenza di livello generale.

Le motivazioni della decisione

La Corte di Cassazione ha affermato che escludere la valutazione di un incarico solo perché svolto presso un ente non statale sarebbe irragionevole e potenzialmente discriminatorio. La posizione di comando, infatti, non sospende il rapporto di lavoro con l’amministrazione di appartenenza. La dirigente, pur prestando servizio per il Comune, rimaneva a tutti gli effetti una dipendente della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Di conseguenza, negarle la possibilità di far valere l’esperienza maturata ai fini della progressione di carriera creerebbe una disparità di trattamento ingiustificata rispetto ai colleghi non collocati in comando. L’ordinamento, hanno sottolineato i giudici, deve garantire uniformità e parità di condizioni su tutto il territorio nazionale.

Pertanto, ai fini dell’applicazione dell’art. 23, non era necessario che l’incarico fosse stato attribuito da un’amministrazione statale. Ciò che rileva è la natura e la sostanza delle funzioni dirigenziali effettivamente svolte. La Corte ha quindi cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa alla Corte d’Appello di Roma, che dovrà ora procedere a una nuova valutazione nel merito, verificando se l’incarico ricoperto dalla dirigente presso il Comune fosse effettivamente equivalente a un incarico di direzione generale.

Le conclusioni

Questa ordinanza rappresenta un punto fermo per la dirigenza pubblica. Sancisce che l’esperienza maturata durante un periodo di comando presso altre amministrazioni, anche non statali, è pienamente valida ai fini del passaggio di fascia dirigenziale. La decisione rafforza la mobilità tra enti pubblici come strumento di crescita professionale e non come un ostacolo alla carriera. Per i dirigenti, si apre la possibilità di veder riconosciuto il valore di incarichi di responsabilità ovunque essi siano svolti, a condizione che ne venga dimostrata l’equivalenza sostanziale con le funzioni dirigenziali generali previste dalla legge.

Un incarico dirigenziale svolto in comando presso un ente locale è valido per il passaggio di fascia dirigenziale nell’amministrazione statale di appartenenza?
Sì. La Corte di Cassazione ha stabilito che, ai fini della promozione alla prima fascia dirigenziale, sono valutabili anche gli incarichi ricoperti presso amministrazioni non statali, a condizione che siano equivalenti per competenze, poteri e responsabilità a quelli di direzione generale.

Perché le norme sulla dirigenza statale si applicano anche agli enti locali?
Perché l’art. 27 del d.lgs. 165/2001 obbliga le amministrazioni non statali ad adeguare i propri ordinamenti ai principi del capo II dello stesso decreto. Ciò è dovuto al fatto che la disciplina del rapporto di impiego pubblico rientra nella materia dell'”ordinamento civile”, riservata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato per garantire uniformità a livello nazionale.

La posizione di comando può ostacolare la progressione di carriera?
No. Secondo la Corte, il diritto a transitare nella fascia dirigenziale superiore matura in capo al dipendente e prescinde dall’esistenza del comando. Negare la valutazione dell’esperienza maturata in comando creerebbe una discriminazione ingiustificata rispetto ai colleghi rimasti nell’amministrazione di appartenenza.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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