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Mobbing: quando le direttive non sono vessatorie

Una dipendente pubblica ha richiesto il risarcimento per presunto mobbing subito da parte dei dirigenti scolastici. La Corte di Cassazione ha confermato l’inammissibilità del ricorso, precisando che le richieste di attenersi alle procedure, se espresse con cortesia e giustificate dall’inadeguatezza professionale del lavoratore, non costituiscono vessazione. L’Art. 2087 c.c. non garantisce un benessere assoluto, ma reprime condotte di gratuita prevaricazione.

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Pubblicato il 27 marzo 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Mobbing: i limiti del potere direttivo e la tutela del lavoratore

Il Mobbing rappresenta una delle sfide più complesse nel diritto del lavoro moderno, richiedendo un delicato equilibrio tra il potere direttivo del datore di lavoro e la tutela della dignità del dipendente. La recente ordinanza della Corte di Cassazione offre chiarimenti fondamentali su questo confine.

I fatti della causa di Mobbing

Una dipendente di un istituto scolastico ha agito in giudizio contro l’Amministrazione Pubblica richiedendo il risarcimento dei danni per presunte condotte vessatorie. La lavoratrice sosteneva di essere stata vittima di pressioni indebite da parte dei dirigenti. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno rigettato la domanda, rilevando che le condotte contestate consistevano in semplici solleciti al rispetto delle procedure organizzative. Tali richieste erano formulate in modo cortese e risultavano giustificate dall’inadeguatezza professionale della dipendente nello svolgimento dei compiti assegnati.

La decisione sul Mobbing in Cassazione

La Corte di Cassazione ha confermato l’inammissibilità del ricorso presentato dalla lavoratrice. I giudici di legittimità hanno rilevato che le censure mosse non evidenziavano reali violazioni di legge, ma tentavano piuttosto di proporre una diversa ricostruzione dei fatti. La valutazione delle prove effettuata nei gradi di merito è stata ritenuta logica e coerente, rendendola insindacabile in sede di legittimità.

Le motivazioni

La Corte ha chiarito che l’Art. 2087 c.c. non può essere interpretato come una garanzia di benessere assoluto per il lavoratore. La responsabilità del datore di lavoro sorge esclusivamente in presenza di dinamiche conflittuali caratterizzate da una prevaricazione gratuita e immotivata. Nel caso di specie, le direttive impartite dai dirigenti non avevano natura vessatoria ma erano finalizzate al corretto funzionamento dell’ufficio. Il disagio avvertito dalla dipendente è stato ricondotto alla sua stessa inidoneità professionale piuttosto che a un ambiente di lavoro ostile creato ad arte per danneggiarla.

Le conclusioni

In conclusione, non ogni conflitto o stress lavorativo può essere qualificato come Mobbing. Il potere direttivo e gerarchico può essere esercitato legittimamente per correggere inefficienze, purché avvenga nel rispetto della dignità umana e senza intenti persecutori. La sentenza ribadisce che l’onere della prova circa la natura vessatoria delle condotte spetta al lavoratore, il quale deve dimostrare l’assenza di giustificazioni oggettive dietro le pressioni subite.

Cosa distingue una direttiva legittima dal mobbing?
La legittimità dipende dalla cortesia dell’espressione e dalla giustificazione oggettiva legata a carenze professionali del dipendente.

Qual è il ruolo dell’Art. 2087 c.c. in queste controversie?
La norma impone la tutela dell’integrità del lavoratore ma non garantisce un ambiente di lavoro privo di ogni tensione o conflitto.

Perché un ricorso per mobbing può essere dichiarato inammissibile?
Accade quando il ricorrente tenta di ridiscutere i fatti già accertati nei gradi precedenti invece di sollevare reali vizi di legittimità.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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