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Mansioni superiori: l’indennità di ente è dovuta

La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d’Appello, stabilendo che i lavoratori di un ente pubblico non economico che svolgono mansioni superiori hanno diritto a percepire non solo la differenza stipendiale, ma anche l’indennità di ente. Questa indennità, avendo carattere fisso e continuativo, è considerata parte integrante della retribuzione dovuta. L’ente datore di lavoro aveva presentato ricorso, sostenendo che tale indennità non dovesse essere inclusa e che non si fosse tenuto conto dei diversi contratti collettivi applicabili nel tempo. La Corte ha rigettato il primo motivo nel merito e dichiarato il secondo inammissibile per un vizio procedurale, ovvero la mancata specificazione dei fatti a supporto della censura.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Mansioni superiori: Spetta l’Indennità di Ente? La Cassazione fa Chiarezza

Quando un dipendente svolge mansioni superiori rispetto al proprio livello di inquadramento, ha diritto a una retribuzione commisurata. Ma cosa comprende esattamente questa retribuzione? Include solo lo stipendio base o anche le voci accessorie come l’indennità di ente? Con l’ordinanza n. 17518/2024, la Corte di Cassazione ha offerto un importante chiarimento, confermando un orientamento favorevole ai lavoratori.

Il Caso: Lavoratori Svolgono Mansioni di Livello Superiore

La vicenda riguarda un gruppo di dipendenti di un ente pubblico non economico, formalmente inquadrati nell’area B, che di fatto svolgevano continuativamente compiti propri dell’area C, qualifica C1. Nello specifico, i lavoratori non si limitavano a gestire singole fasi di un’attività, come previsto per la loro area, ma si occupavano dell’intero processo produttivo, gestendo tutte le fasi delle pratiche, comprese le varianti e le attività di consulenza.
I tribunali di primo e secondo grado avevano già dato loro ragione, condannando l’ente al pagamento delle differenze retributive, inclusa la specifica “indennità di ente” prevista per l’area C.

I Motivi del Ricorso dell’Ente

L’ente datore di lavoro ha presentato ricorso in Cassazione basandosi su due motivi principali:
1. Esclusione dell’indennità di ente: Secondo l’ente, questa indennità, essendo finanziata da un fondo per i trattamenti accessori, non dovrebbe rientrare tra le differenze stipendiali dovute in caso di svolgimento di mansioni superiori.
2. Errata applicazione dei Contratti Collettivi (CCNL): L’ente lamentava che la Corte d’Appello non avesse considerato l’evoluzione dei contratti collettivi nel periodo in questione (2002-2010), che avrebbe dovuto portare a un confronto delle mansioni con le declaratorie di due diversi CCNL (quello del 1998/2001 e quello del 2006/2009).

La Decisione della Cassazione sulle Mansioni Superiori

La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso, confermando la sentenza d’appello e la piena tutela dei diritti dei lavoratori. Vediamo nel dettaglio le argomentazioni.

L’Indennità di Ente è Parte della Retribuzione

Sul primo punto, la Cassazione ha stabilito che il motivo era infondato. Richiamando precedenti pronunce, ha ribadito che l’indennità di ente, come definita dal CCNL 2002-2005, ha “carattere di generalità e natura fissa e ricorrente”. Questo la qualifica come un compenso fisso e continuativo.
Il fatto che sia erogata in relazione a determinate funzioni non le toglie questo carattere. Di conseguenza, essa costituisce una componente del trattamento economico e deve essere inclusa nel calcolo delle differenze retributive per chi svolge mansioni superiori.

L’Inammissibilità del Secondo Motivo per Vizio Procedurale

Il secondo motivo di ricorso è stato dichiarato inammissibile per una ragione prettamente procedurale. La Corte ha rilevato che l’ente ricorrente aveva formulato una censura che implicava un accertamento di fatto (le diverse date di inizio e fine del periodo di svolgimento delle mansioni superiori per ciascun lavoratore e i relativi contratti applicabili) senza però fornire alla Corte gli elementi per valutarla.
In virtù del principio di autosufficienza del ricorso, la parte che ricorre in Cassazione deve indicare in modo preciso e completo tutti i fatti e gli atti processuali a sostegno delle proprie argomentazioni, senza costringere la Corte a cercarli autonomamente nei fascicoli. Poiché il ricorso era carente su questo punto, la censura non ha potuto essere esaminata nel merito.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano su due pilastri. Il primo è di natura sostanziale: la retribuzione dovuta al lavoratore per le mansioni superiori deve essere onnicomprensiva e riflettere l’intero trattamento economico previsto per la qualifica superiore. L’indennità di ente, essendo un elemento fisso e continuativo, non può essere esclusa, perché altrimenti si creerebbe una disparità di trattamento ingiustificata tra chi è formalmente inquadrato in un livello e chi, pur svolgendone le mansioni, non lo è. Il secondo pilastro è procedurale e riafferma il rigore richiesto nel redigere un ricorso per Cassazione. La Corte non può sostituirsi al ricorrente nella ricerca degli elementi di fatto; se questi non sono esposti in modo chiaro e completo, il motivo di ricorso è destinato all’inammissibilità.

Le conclusioni

Questa ordinanza consolida un importante principio a tutela dei lavoratori: il diritto alla retribuzione per mansioni superiori si estende a tutte le componenti fisse e continuative, anche se definite “accessorie” come l’indennità di ente. Per i datori di lavoro, pubblici e privati, emerge la necessità non solo di riconoscere il corretto inquadramento, ma anche di liquidare integralmente la retribuzione corrispondente. Inoltre, la pronuncia ricorda l’importanza fondamentale di redigere ricorsi processualmente impeccabili, poiché un vizio di forma, come la violazione del principio di autosufficienza, può precludere l’esame nel merito delle proprie ragioni.

Quando un lavoratore svolge mansioni superiori, ha diritto anche all’indennità di ente prevista per quel livello?
Sì. Secondo la Corte di Cassazione, l’indennità di ente, avendo carattere di generalità, natura fissa e ricorrente, costituisce una componente del trattamento economico e deve essere corrisposta anche a chi svolge di fatto le mansioni della qualifica superiore.

Perché l’indennità di ente è considerata parte della retribuzione dovuta per le mansioni superiori?
Perché, secondo la previsione contrattuale, tale indennità costituisce un compenso fisso e continuativo nell’erogazione. Il fatto che sia legata a determinate funzioni non le toglie questa natura, rendendola quindi parte integrante della retribuzione complessiva.

Cosa significa che un motivo di ricorso in Cassazione è inammissibile per carenza di autosufficienza?
Significa che il ricorso non contiene tutti gli elementi di fatto e di diritto necessari per permettere alla Corte di decidere la questione sollevata. Il ricorrente ha l’onere di esporre in modo completo e specifico i fatti e di indicare precisamente dove si trovano negli atti processuali, senza che la Corte debba cercarli autonomamente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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