LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Malattia professionale tabellata: prova delle mansioni

La Corte d’Appello di Salerno conferma il rigetto della domanda di un operaio edile per il riconoscimento di una malattia professionale tabellata. La sentenza sottolinea che, anche per le malattie incluse nelle tabelle di legge, il lavoratore ha l’onere di provare in modo specifico e dettagliato le concrete mansioni usuranti svolte, non essendo sufficiente una descrizione generica delle attività lavorative. La mancanza di tale prova rende inammissibile anche la richiesta di una Consulenza Tecnica d’Ufficio.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Malattia Professionale Tabellata: La Prova delle Mansioni è Sempre Necessaria

Il riconoscimento di una malattia professionale tabellata è spesso percepito come un percorso più agevole per il lavoratore, grazie alla presunzione legale del nesso di causalità. Tuttavia, una recente sentenza della Corte d’Appello di Salerno ci ricorda un principio fondamentale: la presunzione non scatta automaticamente. Il lavoratore deve prima fornire una prova rigorosa e dettagliata delle mansioni specifiche che lo hanno esposto al rischio. Analizziamo insieme questo caso per capire quali sono gli oneri probatori a carico del lavoratore.

I Fatti del Caso: La Richiesta di un Operaio Edile

Un operaio edile, dopo una lunga carriera lavorativa dal 1973 al 2020, ha citato in giudizio l’ente previdenziale per ottenere il riconoscimento di diverse patologie invalidanti al ginocchio (tra cui gonartrosi, meniscopatia e tendinosi). A suo dire, tali patologie erano la diretta conseguenza delle mansioni usuranti svolte per decenni, caratterizzate da movimentazione manuale di carichi, posture incongrue, appoggio prolungato sulle ginocchia e sovraccarico biomeccanico. Dopo il rigetto della sua domanda in sede amministrativa, il lavoratore si è rivolto al Tribunale, che ha respinto il ricorso per insufficienza di prove. Contro questa decisione, l’operaio ha proposto appello.

La Decisione dei Giudici sull’Onere della Prova nella Malattia Professionale Tabellata

La Corte d’Appello ha confermato la decisione di primo grado, rigettando l’appello del lavoratore. Il punto centrale della controversia era la natura della malattia: il lavoratore sosteneva si trattasse di una malattia professionale tabellata, il che avrebbe dovuto invertire l’onere della prova, costringendo l’ente a dimostrare l’assenza del nesso causale. I giudici, tuttavia, hanno chiarito un aspetto cruciale: l’inserimento di una patologia nelle tabelle esonera il lavoratore dal provare il nesso di causalità, ma non dall’onere di dimostrare di aver svolto proprio le lavorazioni a cui quella malattia è espressamente correlata. Nel caso di specie, il lavoratore non è riuscito a fornire questa prova specifica.

Le Motivazioni

La Corte ha ritenuto che le prove richieste dal lavoratore fossero inammissibili. I capitoli di prova presentati per i testimoni erano formulati in modo generico e valutativo. Si chiedeva ai testimoni di confermare se la movimentazione manuale fosse “sistematica”, le posture “incongrue” o l’appoggio sulle ginocchia “prolungato”. Questi termini, secondo i giudici, non descrivono fatti concreti, ma esprimono un giudizio, una valutazione che spetta esclusivamente al giudice e non al testimone. Un testimone deve riferire su circostanze precise e dettagliate (es. “per quante ore al giorno il lavoratore stava in ginocchio?”, “quali pesi sollevava e con quale frequenza?”), non esprimere opinioni. A causa di questa genericità, la prova è stata ritenuta inutile. Di conseguenza, non avendo il lavoratore provato le specifiche mansioni usuranti, è venuto meno il presupposto per considerare la malattia come “tabellata” e per disporre una CTU, la quale sarebbe risultata meramente esplorativa e finalizzata a colmare le lacune probatorie del ricorrente.

Conclusioni

Questa sentenza offre una lezione importante per chiunque intenda chiedere il riconoscimento di una malattia professionale tabellata. Non basta affermare di aver svolto un certo lavoro e di soffrire di una patologia correlata. È indispensabile articolare le prove in modo estremamente specifico e fattuale. Bisogna descrivere nel dettaglio i movimenti, i carichi, le posture e i tempi delle attività a rischio, fornendo al giudice tutti gli elementi concreti per valutare l’effettiva esposizione. Una prova generica o valutativa è destinata a essere respinta, rendendo vano il tentativo di ottenere l’indennizzo cui si avrebbe diritto.

Per ottenere il riconoscimento di una malattia professionale tabellata, basta dimostrare di avere la patologia e di aver svolto una certa professione?
No. Secondo la sentenza, il lavoratore deve dimostrare specificamente di aver svolto le “lavorazioni cui la malattia è espressamente correlata” nelle tabelle di legge. Una prova generica delle proprie mansioni non è sufficiente a far scattare la presunzione del nesso di causalità.

Perché il giudice ha rifiutato di ascoltare i testimoni proposti dal lavoratore?
Il giudice ha ritenuto le domande da porre ai testimoni (capitoli di prova) inammissibili perché erano formulate in modo generico e valutativo. Chiedere se una postura fosse “incongrua” o un’attività “sistematica” richiede una valutazione che spetta al giudice, non una descrizione di fatti che spetta al testimone.

Se un lavoratore non riesce a provare le mansioni specifiche, il giudice può ordinare una CTU per accertare il nesso di causalità?
No. La sentenza chiarisce che la Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU) non può avere carattere “esplorativo”, ovvero non può essere utilizzata per sopperire alle carenze di prova di una parte. Se manca la prova fondamentale delle mansioni svolte, la CTU diventa inutile e non viene ammessa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Articoli correlati