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Licenziamento per giusta causa: furto o errore?

La Corte di Cassazione ha confermato l’illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato a una dipendente accusata di aver sottratto il cellulare di un collega. I giudici hanno rilevato che l’appropriazione era avvenuta per un errore materiale dovuto alla somiglianza estetica dei dispositivi, escludendo l’intento doloso. Poiché il fatto contestato come furto non è stato provato nella sua componente soggettiva, il licenziamento è stato annullato con applicazione della tutela reintegratoria attenuata.

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Pubblicato il 27 marzo 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Licenziamento per giusta causa: quando l’errore esclude il furto

Il licenziamento per giusta causa rappresenta la sanzione disciplinare più grave nel mondo del lavoro, ma la sua legittimità dipende non solo dal fatto materiale, ma anche dall’intenzione del lavoratore. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce come lo scambio accidentale di un oggetto non possa essere equiparato a un furto.

Il caso: furto o semplice distrazione?

Una lavoratrice di una società di vendita al dettaglio era stata licenziata in tronco con l’accusa di aver sottratto il telefono cellulare di un collega all’interno dello spogliatoio aziendale. Sebbene le telecamere avessero ripreso l’atto di riporre il telefono nella borsa, la dipendente si era difesa sostenendo di aver confuso il dispositivo del collega con il proprio, essendo entrambi modelli neri e rettangolari quasi identici.

La valutazione del dolo nel licenziamento per giusta causa

Il punto centrale della controversia riguarda l’elemento soggettivo. Per configurare un furto idoneo a giustificare un licenziamento per giusta causa, è necessario che vi sia il dolo, ovvero la volontà di appropriarsi di un bene altrui. Nel caso di specie, diversi indizi hanno portato a escludere la malafede: la suoneria del telefono era rimasta accesa (rendendolo facilmente rintracciabile), l’azione era avvenuta sotto le telecamere e i due dispositivi erano effettivamente confondibili.

La decisione della Suprema Corte

La Cassazione ha rigettato il ricorso del datore di lavoro, confermando la sentenza d’appello. I giudici hanno ribadito che l’insussistenza del fatto contestato comprende non solo i casi in cui il fatto non è mai avvenuto, ma anche quelli in cui il fatto, pur esistente materialmente, è privo del carattere di illiceità. Senza il dolo, la condotta della lavoratrice degrada a mera negligenza, non sufficiente a rompere il vincolo fiduciario in modo così radicale.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano sulla corretta applicazione dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. I giudici hanno evidenziato che il datore di lavoro non ha assolto l’onere della prova circa la volontà della dipendente di commettere un reato. La somiglianza dei telefoni e il comportamento trasparente della donna (che non ha cercato di nascondere o spegnere il dispositivo) sono stati ritenuti elementi decisivi per qualificare l’azione come un errore scusabile e non come un illecito disciplinare espulsivo.

Le conclusioni

Le conclusioni di questo provvedimento sottolineano che il licenziamento per giusta causa deve essere sempre proporzionato alla gravità soggettiva e oggettiva della condotta. Un errore materiale, seppur negligente, non può giustificare la perdita del posto di lavoro se manca la prova certa della volontà di nuocere o di violare i doveri fondamentali di fedeltà e correttezza. La tutela reintegratoria rimane dunque il rimedio principale a fronte di contestazioni basate su presupposti fattuali errati o incompleti.

Cosa accade se vengo licenziato per un fatto che ho commesso per errore?
Se l’errore esclude il dolo o la colpa grave, il licenziamento può essere dichiarato illegittimo per insussistenza del fatto contestato, dando diritto alla reintegra o al risarcimento.

Chi deve dimostrare che il lavoratore ha agito con malafede?
L’onere della prova spetta interamente al datore di lavoro, che deve dimostrare non solo il fatto materiale ma anche l’intento illecito del dipendente.

La somiglianza tra oggetti può giustificare la sottrazione di un bene altrui?
Sì, se la somiglianza è tale da indurre in errore una persona diligente, la condotta può essere qualificata come colpa lieve o errore scusabile, escludendo la giusta causa di licenziamento.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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