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Licenziamento lavoro festivo: Cassazione annulla

La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza d’appello che legittimava il licenziamento di una lavoratrice per essersi rifiutata di lavorare durante una festività. Il caso verteva sull’interpretazione di un accordo di conciliazione che, secondo il datore di lavoro, includeva l’obbligo di lavorare nei festivi. La Suprema Corte ha stabilito che la rinuncia al riposo festivo deve essere esplicita e non può essere desunta da una generica disponibilità. Pertanto, il licenziamento per lavoro festivo non specificamente pattuito è stato ritenuto illegittimo.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Licenziamento lavoro festivo: la Cassazione annulla la decisione

Il tema del licenziamento per lavoro festivo è una questione delicata che tocca i diritti fondamentali del lavoratore. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti cruciali, stabilendo che la rinuncia al riposo durante le festività non può essere presunta, ma deve derivare da un accordo esplicito e consapevole. Analizziamo insieme questa importante pronuncia.

I Fatti del Caso

Una lavoratrice, dopo aver concordato con il datore di lavoro la trasformazione del suo contratto da tempo pieno a tempo parziale, veniva licenziata per giusta causa. Il motivo? Il suo rifiuto di prestare servizio durante la giornata festiva del 1° novembre, considerato dall’azienda un atto di grave insubordinazione. L’azienda sosteneva che, nel verbale di conciliazione che modificava l’orario, la dipendente avesse dato una disponibilità “incondizionata” a lavorare anche nei giorni festivi. La lavoratrice, invece, negava di aver mai assunto un simile obbligo.

Il Percorso Giudiziario

Il caso ha attraversato due gradi di giudizio con esiti opposti. In primo grado, il Tribunale aveva dato ragione alla lavoratrice, dichiarando il licenziamento illegittimo. La Corte d’Appello, tuttavia, aveva ribaltato la decisione, ritenendo che la condotta della dipendente giustificasse il licenziamento per giusta causa. Secondo i giudici d’appello, la disponibilità manifestata in precedenza e richiamata nel verbale di conciliazione era sufficiente a fondare l’obbligo di lavorare nel giorno festivo. La lavoratrice ha quindi presentato ricorso in Cassazione.

La questione del licenziamento per lavoro festivo e l’accordo tra le parti

Il nodo centrale della controversia riguardava l’interpretazione del verbale di conciliazione. La Corte di Cassazione ha dovuto stabilire se da tale documento, che era peraltro silente sul punto specifico del lavoro festivo, potesse derivare un obbligo vincolante per la lavoratrice. La legge (L. 260/1949) riconosce al lavoratore il diritto di astenersi dal lavoro durante le festività. Tale diritto è disponibile, ovvero il lavoratore può rinunciarvi, ma solo attraverso un accordo individuale con il datore di lavoro o tramite accordi sindacali. Il problema era stabilire la forma e la sostanza che tale accordo deve avere per essere valido.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha accolto il ricorso della lavoratrice, cassando la sentenza d’appello. Le motivazioni si fondano su principi chiari:

1. Mancanza di un accordo esplicito: I giudici hanno evidenziato che il verbale di conciliazione del 28 settembre 2017 non conteneva alcun riferimento esplicito a un obbligo di prestazione lavorativa durante i giorni festivi. L’interpretazione letterale del documento non lasciava spazio a dubbi.
2. L’inefficacia dell’assistenza sindacale: La Corte ha sottolineato che l’assistenza sindacale in sede di conciliazione deve essere effettiva, per garantire che il lavoratore sia pienamente consapevole dei diritti a cui rinuncia e della portata di tali rinunce. Un accordo raggiunto in precedenza e semplicemente “formalizzato” in sede sindacale, senza una discussione approfondita, mina questa garanzia.
3. Indisponibilità perpetua del diritto: La Corte ha ritenuto nulla una disponibilità a lavorare nei festivi che sia “incondizionata”, ovvero “senza limiti temporali e senza termini”. Una rinuncia “una volta per sempre” al diritto al riposo festivo è contraria alle norme imperative. Il consenso del lavoratore deve essere specifico e rinnovato, non può essere una cambiale in bianco.
4. Onere della prova: Spettava al datore di lavoro dimostrare l’esistenza di un accordo specifico che derogasse alla regola generale del riposo festivo. Tale prova, nel caso di specie, non è stata fornita.

Le conclusioni

La Corte di Cassazione ha concluso che il licenziamento per lavoro festivo era illegittimo perché fondato su un presunto obbligo che non era mai stato validamente pattuito. La sentenza d’appello è stata annullata con rinvio a una diversa sezione della Corte d’Appello di Cagliari, che dovrà riesaminare il caso attenendosi ai principi enunciati. Questa decisione ribadisce un principio fondamentale: i diritti dei lavoratori, come quello al riposo festivo, possono essere oggetto di accordo, ma tale accordo deve essere chiaro, specifico e frutto di una volontà consapevole, non potendo mai essere presunto o imposto sulla base di formulazioni generiche o ambigue.

È legittimo il licenziamento di un dipendente che si rifiuta di lavorare in un giorno festivo?
Secondo questa ordinanza, il licenziamento è illegittimo se non esiste un accordo individuale chiaro, specifico e consapevole con cui il lavoratore ha rinunciato al diritto di astenersi dal lavoro festivo. Una generica disponibilità non è sufficiente.

Un accordo di conciliazione può imporre l’obbligo di lavorare nei giorni festivi?
Sì, ma l’obbligo deve essere esplicitamente menzionato e concordato nel verbale di conciliazione. In questo caso, la Corte ha stabilito che il verbale non conteneva alcun riferimento a tale obbligo, rendendo illegittima la pretesa del datore di lavoro.

La rinuncia al riposo festivo può essere valida “una volta per sempre”?
No. La Corte ha ritenuto nulla una disponibilità “incondizionata” intesa come “senza limiti temporali e senza termini”. La rinuncia al diritto al riposo festivo deve essere specifica e non può costituire una delega in bianco o una rinuncia generale e perpetua.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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