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Licenziamento dirigente: quando è giustificato?

La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento dirigente intimato a un Direttore del Personale per condotte ritenute lesive del rapporto fiduciario. Tra gli addebiti principali figurano l’imposizione arbitraria di oneri ai dipendenti beneficiari della Legge 104/1992, come la richiesta di programmazione trimestrale e certificati medici non previsti dalla legge, e la mancata inclusione di clausole retributive pattuite nei contratti di nuovi assunti. La Corte ha ribadito che per il licenziamento dirigente è sufficiente la giustificatezza, ovvero una condotta che incrini l’affidabilità professionale, senza necessità di raggiungere la gravità della giusta causa.

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Pubblicato il 27 marzo 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Licenziamento dirigente: i limiti della giustificatezza

Il licenziamento dirigente rappresenta una fattispecie peculiare nel diritto del lavoro, poiché si discosta dalle rigide regole previste per la generalità dei dipendenti. Una recente sentenza della Corte di Cassazione chiarisce i confini della ‘giustificatezza’ del recesso, analizzando il caso di un Direttore del Personale rimosso dal proprio incarico per gravi mancanze gestionali e violazioni dei diritti dei lavoratori.

Il caso: contestazioni al Direttore del Personale

La vicenda trae origine dal ricorso di un alto dirigente contro la società datrice. Le contestazioni disciplinari riguardavano tre ambiti principali: l’organizzazione di corsi di formazione senza il coinvolgimento dei responsabili di settore, l’errata redazione di contratti di assunzione (omettendo clausole sulla retribuzione variabile già pattuite) e, soprattutto, la gestione dei permessi ex Legge 104/1992.

In particolare, il dirigente aveva imposto ai dipendenti che assistevano familiari disabili l’obbligo di una programmazione trimestrale delle assenze e la presentazione di certificati medici per ogni giornata di permesso. Tali richieste sono state giudicate prive di base legale o contrattuale, configurando una limitazione arbitraria di un diritto fondamentale.

La decisione della Suprema Corte sul licenziamento dirigente

La Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando quanto già stabilito nei gradi di merito. Il punto centrale della decisione riguarda la nozione di licenziamento dirigente e la sua giustificatezza. A differenza del licenziamento per giusta causa, il recesso del dirigente non deve necessariamente rappresentare un’extrema ratio. È sufficiente che il comportamento del manager sia idoneo a turbare il rapporto fiduciario o a dimostrare un’inadeguatezza rispetto al ruolo ricoperto.

Gestione dei permessi e poteri datoriali

La Corte ha sottolineato come non esista alcuna norma che permetta al datore di lavoro di esigere una programmazione trimestrale o certificazioni mediche diuturne per i permessi legati all’assistenza di disabili. L’iniziativa del dirigente, definita come un ‘atteggiamento scarsamente collaborativo’, ha inciso negativamente sull’organizzazione aziendale e sulla tutela dei diritti sociali dei sottoposti.

Le motivazioni

Le motivazioni della sentenza si fondano sull’ampiezza dei poteri attribuiti alla figura dirigenziale. Essendo il dirigente un ‘alter ego’ dell’imprenditore, la sua condotta deve essere improntata alla massima correttezza e buona fede. La violazione di questi obblighi, anche se non integra una colpa gravissima, può giustificare il recesso se incrina la fiducia del datore di lavoro. Nel caso specifico, la negligenza nella redazione dei contratti e l’arbitrio nella gestione del personale sono stati ritenuti elementi sufficienti a provare l’inadeguatezza professionale del ricorrente.

Le conclusioni

In conclusione, il licenziamento dirigente è legittimo ogniqualvolta sussistano ragioni oggettive, legate a esigenze riorganizzative, o soggettive, legate al contegno del lavoratore, che rendano non più proseguibile il rapporto. La sentenza ribadisce che il giudice di merito ha il potere insindacabile di valutare globalmente la giustificatezza del recesso, purché la motivazione sia logica e coerente. Per le aziende, questo significa poter sanzionare dirigenti che agiscono in contrasto con le prassi legali e contrattuali, mentre per i manager sottolinea l’importanza di una gestione del personale rispettosa del quadro normativo vigente.

Qual è la differenza tra giusta causa e giustificatezza per un dirigente?
La giustificatezza è un criterio più ampio della giusta causa che non richiede un’infrazione gravissima ma comprende qualsiasi condotta che mini la fiducia o l’adeguatezza del dirigente al ruolo.

Il datore di lavoro può imporre la programmazione dei permessi Legge 104?
No, salvo specifiche previsioni dei contratti collettivi, non è possibile imporre unilateralmente calendari trimestrali o certificati medici aggiuntivi per la fruizione di tali permessi.

Cosa succede se un dirigente omette clausole contrattuali pattuite?
Tale negligenza può essere considerata una violazione degli obblighi di correttezza e diligenza, contribuendo a giustificare un licenziamento per rottura del rapporto fiduciario.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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