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Lavoro straordinario: pagato anche senza autorizzazione

Un infermiere ha svolto prestazioni extra per un servizio di ‘dialisi estiva’ non retribuite. La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 17814/2024, ha stabilito che, anche in assenza dei requisiti formali per le ‘prestazioni aggiuntive’, il lavoro svolto con il consenso del datore di lavoro deve essere retribuito come lavoro straordinario. Il diritto alla retribuzione del lavoratore prevale sui vincoli di spesa pubblica, la cui responsabilità ricade sui dirigenti.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Lavoro Straordinario: Pagato Anche Senza Autorizzazione Formale

Il diritto alla retribuzione per il lavoro prestato è un pilastro del nostro ordinamento. Ma cosa succede nel pubblico impiego se le ore extra vengono svolte senza rispettare tutte le procedure formali di autorizzazione? Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito che il compenso per il lavoro straordinario è dovuto se l’attività è stata svolta con il consenso, anche implicito, del datore di lavoro, a prescindere da vizi formali.

I Fatti di Causa: Il Servizio di “Dialisi Estiva” non Pagato

Un infermiere dipendente di un’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP) aveva partecipato a un progetto di “dialisi estiva”, fornendo assistenza a pazienti in vacanza nella regione. Per gli anni 2013 e 2014, tuttavia, l’ASP non aveva corrisposto il compenso per le ore di lavoro aggiuntive prestate. L’infermiere, dopo aver ottenuto un decreto ingiuntivo per il pagamento, si era visto revocare tale provvedimento dalla Corte d’Appello.

La Decisione della Corte d’Appello: Mancano i Requisiti Formali

Secondo i giudici di secondo grado, le prestazioni dell’infermiere rientravano nella categoria delle “prestazioni aggiuntive”, una fattispecie speciale che, per essere retribuita, richiede una serie di presupposti: un’autorizzazione regionale, specifiche condizioni soggettive del lavoratore e una contrattazione sulla tariffa. Poiché questi elementi mancavano, la Corte d’Appello aveva respinto la domanda del lavoratore, ritenendo la prestazione non retribuibile.

Lavoro Straordinario nel Pubblico Impiego: Il Principio della Cassazione

La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso dell’infermiere. Gli Ermellini hanno operato una riqualificazione della fattispecie, superando l’etichetta di “prestazioni aggiuntive” e riportando la questione nell’alveo del lavoro straordinario.

Dalle “Prestazioni Aggiuntive” al Lavoro Straordinario

Il punto centrale della decisione è che, a prescindere dalla qualificazione formale, il lavoratore ha svolto un’attività lavorativa oltre il suo normale orario su richiesta e con il consenso del datore di lavoro (l’ASP). Anche se mancano i presupposti specifici per le “prestazioni aggiuntive”, il lavoro effettivamente prestato non può rimanere senza retribuzione. Esso deve essere inquadrato e compensato secondo le regole del lavoro straordinario, previste dalla contrattazione collettiva.

La Tutela del Lavoratore e l’Art. 2126 c.c.

La Corte ha sottolineato che il consenso del datore di lavoro, anche se implicito (cioè non formalizzato per iscritto ma desumibile dai fatti), è l’unico elemento necessario per condizionare il diritto al compenso. Questo principio si fonda sulla tutela costituzionale del lavoro (art. 36 Cost.) e sulla norma dell’art. 2126 del Codice Civile, che garantisce la retribuzione per il lavoro prestato anche in caso di contratto nullo.

Le Motivazioni della Suprema Corte

La Suprema Corte ha affermato un principio fondamentale: le eventuali irregolarità amministrative o il superamento dei vincoli di spesa pubblica non possono ricadere sul lavoratore che ha adempiuto alla sua prestazione in buona fede. La mancanza di un’autorizzazione formale o la violazione delle norme sulla spesa pubblica possono generare una responsabilità per i dirigenti e i funzionari che hanno consentito lo svolgimento del lavoro extra, ma non possono annullare il diritto del dipendente a essere pagato.
Il consenso del datore di lavoro, una volta accertato, integra gli estremi che rendono necessario il pagamento. La prestazione non è stata svolta prohibente domino (contro la volontà del datore), ma con il suo pieno assenso, finalizzato a garantire un servizio sanitario essenziale.

Le Conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha stabilito che quando un dipendente pubblico svolge prestazioni lavorative oltre l’orario contrattuale in modo coerente con la volontà del datore di lavoro, ha diritto alla retribuzione come lavoro straordinario. Questo diritto sussiste a prescindere dalla validità formale della richiesta o dal rispetto delle regole sulla spesa pubblica. La sentenza è stata cassata e il caso rinviato alla Corte d’Appello per determinare l’esatto ammontare del credito del lavoratore, applicando le tariffe previste per lo straordinario dal contratto collettivo.

Un dipendente pubblico ha diritto al pagamento dello straordinario anche se non è stato formalmente autorizzato?
Sì, secondo la Corte di Cassazione, il diritto al compenso per lavoro straordinario sorge quando la prestazione è stata svolta con il consenso, anche implicito, del datore di lavoro e non contro la sua volontà. La presenza di questo consenso è l’elemento sufficiente, anche in assenza di un’autorizzazione formale.

Qual è la differenza tra ‘prestazioni aggiuntive’ e ‘lavoro straordinario’ nel settore sanitario?
Le ‘prestazioni aggiuntive’ sono una categoria specifica di lavoro extra che richiede presupposti normativi precisi, come l’autorizzazione regionale e la contrattazione di una tariffa. Il ‘lavoro straordinario’ è, più semplicemente, il lavoro svolto oltre l’orario normale. Se mancano i requisiti per le prime, il lavoro extra può comunque essere qualificato e retribuito come straordinario.

Il superamento dei limiti di spesa pubblica può impedire il pagamento del lavoro straordinario a un dipendente?
No. La Corte ha chiarito che il diritto del lavoratore alla retribuzione per il lavoro effettivamente prestato prevale sui vincoli di spesa. L’eventuale superamento di tali limiti può comportare una responsabilità amministrativa e contabile per i dirigenti che hanno autorizzato la spesa, ma non può giustificare il mancato pagamento del dipendente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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