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Lavoro straordinario: pagamento anche senza autorizzazione

Un operatore sanitario ha prestato ore extra per un servizio di “dialisi estiva” senza essere retribuito per un certo periodo. La Corte di Cassazione ha stabilito che tale attività costituisce lavoro straordinario e deve essere compensata, in quanto svolta con il consenso del datore di lavoro, anche in assenza di autorizzazione formale. Il diritto alla giusta retribuzione, sancito dall’art. 36 della Costituzione, prevale sulle irregolarità procedurali.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Lavoro Straordinario: Il Diritto al Pagamento Prevale sull’Assenza di Autorizzazione Formale

Un’importante ordinanza della Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, n. 17103/2024) ribadisce un principio fondamentale nel diritto del lavoro pubblico: il lavoro straordinario effettivamente prestato con il consenso del datore di lavoro deve essere sempre retribuito, anche in assenza delle autorizzazioni formali previste dalla contrattazione collettiva o in violazione dei vincoli di spesa. La tutela del lavoratore e il suo diritto a una giusta retribuzione, sancito dall’articolo 36 della Costituzione, assumono un ruolo centrale e prevalente.

I Fatti del Caso: Le Prestazioni Sanitarie Estive non Pagate

La vicenda ha origine dalla richiesta di un operatore sanitario nei confronti di un’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP). Il lavoratore chiedeva il pagamento di prestazioni aggiuntive rese nell’ambito del servizio di “dialisi estiva”, un’attività destinata a garantire l’assistenza anche a pazienti in ferie nella regione. L’Azienda aveva regolarmente pagato tali prestazioni negli anni precedenti e successivi al periodo contestato (2013-2015), ma si era rifiutata di farlo per quel biennio.

La Corte d’Appello, in riforma della decisione di primo grado, aveva respinto la domanda del lavoratore. Secondo i giudici di merito, la fattispecie rientrava nelle cosiddette “prestazioni aggiuntive”, regolate da una normativa speciale che richiede presupposti rigorosi: un’autorizzazione regionale, specifiche condizioni soggettive dei lavoratori e la contrattazione di una tariffa. Poiché tali elementi non erano stati provati, la richiesta era stata considerata infondata, anche alla luce della necessità di rispettare i vincoli di bilancio.

Lavoro Straordinario: La Qualificazione Giuridica Corretta

La Corte di Cassazione ha adottato una prospettiva diversa, accogliendo il ricorso del lavoratore. Sebbene il ragionamento della Corte territoriale sulla disciplina delle “prestazioni aggiuntive” fosse in sé corretto, è stato ritenuto insufficiente e parziale.

Il punto cruciale, secondo gli Ermellini, non è la qualificazione formale delle ore lavorate, ma la loro sostanza. Il lavoro svolto oltre il normale orario, su richiesta e con il consenso del datore di lavoro, costituisce a tutti gli effetti lavoro straordinario. L’insistenza del ricorrente sulla concreta esecuzione delle prestazioni, per le quali era stato “comandato” dall’Azienda, ha imposto alla Corte di riqualificare la domanda, applicando la disciplina propria dello straordinario.

Il Consenso del Datore di Lavoro come Elemento Chiave

La Cassazione ha chiarito che, nel pubblico impiego contrattualizzato, il diritto al compenso per il lavoro straordinario è condizionato dalla presenza di un’autorizzazione. Tuttavia, il concetto di “autorizzazione” va inteso in senso sostanziale: è sufficiente che la prestazione non sia stata svolta all’insaputa o contro la volontà del datore di lavoro (insciente o prohibente domino).

Il consenso del datore, anche implicito, è l’unico elemento che condiziona l’applicabilità dell’art. 2108 c.c. (che disciplina il lavoro straordinario) e, di conseguenza, il diritto alla retribuzione. Nel caso di specie, era pacifico che l’Azienda non solo avesse richiesto e accettato le prestazioni, ma avesse anche percepito dei “ricavi” da tale servizio.

Le Motivazioni della Decisione

La Corte Suprema fonda la sua decisione su due pilastri normativi fondamentali: l’art. 2126 c.c. e l’art. 36 della Costituzione.

L’art. 2126 c.c. tutela il lavoro di fatto, garantendo la retribuzione per l’attività concretamente prestata anche quando il rapporto di lavoro presenti vizi di validità. Questo principio, applicato al caso in esame, significa che le irregolarità formali (come la mancanza di un’autorizzazione regionale specifica per le “prestazioni aggiuntive”) non possono annullare il diritto del lavoratore a essere pagato per il lavoro svolto.

Ancor più importante è il richiamo all’art. 36 della Costituzione, che sancisce il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro. La Corte ha sottolineato come l’art. 2126 c.c. sia un’espressione diretta di questo precetto costituzionale. Negare il compenso per ore di lavoro effettivamente prestate e volute dal datore di lavoro rappresenterebbe una violazione di tale principio fondamentale.

I vincoli di spesa pubblica e le regole sulla contabilità, sebbene importanti, non possono ricadere sul lavoratore. Eventuali violazioni di tali norme possono dar luogo a responsabilità amministrativa e contabile per i dirigenti che hanno autorizzato la spesa, ma non possono essere usate come scudo per negare la giusta retribuzione a chi ha adempiuto alla propria prestazione lavorativa.

Le Conclusioni

La Corte di Cassazione ha cassato la sentenza d’appello e rinviato la causa ad un’altra sezione della stessa Corte per una nuova valutazione. Questa dovrà accertare il credito del lavoratore basandosi sul principio che le ore eccedenti l’orario ordinario devono essere retribuite come lavoro straordinario, secondo le tariffe previste dalla contrattazione collettiva del tempo, senza dare rilievo a vizi formali o al superamento di limiti orari previsti.

Il principio di diritto enunciato è chiaro: “in tema di pubblico impiego privatizzato, il disposto dell’art. 2126 c.c. non si pone in contrasto con le previsioni della contrattazione collettiva che prevedano autorizzazioni o con le regole normative sui vincoli di spesa, ma è integrativo di esse nel senso che, quando una prestazione, come quella di lavoro straordinario, sia stata svolta in modo coerente con la volontà del datore di lavoro […], essa va remunerata a prescindere dalla validità della richiesta o dal rispetto delle regole sulla spesa pubblica, prevalendo la necessità di attribuire il corrispettivo al dipendente, in linea con il disposto dell’art. 36 Cost.“.

Il lavoro prestato oltre l’orario normale nel pubblico impiego deve essere pagato anche se mancano le autorizzazioni formali previste dalla contrattazione collettiva?
Sì. Secondo la Corte di Cassazione, se la prestazione è stata svolta con il consenso, anche implicito, del datore di lavoro, essa deve essere retribuita come lavoro straordinario, a prescindere dalla validità della richiesta o dalla presenza di autorizzazioni formali specifiche.

Cosa si intende per ‘consenso del datore di lavoro’ ai fini del pagamento del lavoro straordinario?
Si intende che la prestazione non deve essere stata eseguita all’insaputa o contro la volontà del datore di lavoro. È sufficiente che l’amministrazione abbia richiesto, accettato o comunque beneficiato della prestazione lavorativa eccedente l’orario normale, anche in modo non formalizzato.

I vincoli di bilancio della Pubblica Amministrazione possono giustificare il mancato pagamento del lavoro straordinario al dipendente?
No. La Corte ha stabilito che le conseguenze della divergenza rispetto agli impegni di spesa non possono gravare sul lavoratore. Tali violazioni possono comportare una responsabilità per i dirigenti che le hanno consentite, ma non possono essere un ostacolo al pagamento di una prestazione lavorativa effettivamente resa in modo coerente con la volontà del datore di lavoro.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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