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Lavoro straordinario: il diritto alla retribuzione

Un operatore sanitario ha richiesto il pagamento di ore di lavoro extra svolte per un progetto estivo. La Corte di Cassazione ha stabilito che, anche in assenza dei requisiti formali per le “prestazioni aggiuntive”, il lavoro svolto oltre l’orario standard con il consenso del datore di lavoro deve essere retribuito come lavoro straordinario, in applicazione dell’art. 2126 c.c. che tutela la prestazione lavorativa effettivamente resa.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Lavoro Straordinario nel Pubblico Impiego: Pagamento Dovuto Anche Senza Autorizzazione Formale

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale per i dipendenti del settore pubblico: il diritto alla retribuzione per il lavoro straordinario non può essere negato a causa di vizi formali nell’autorizzazione, se la prestazione è stata comunque richiesta o accettata dal datore di lavoro. Questa decisione, basata sul principio di tutela del lavoro effettivamente svolto, sancito dall’art. 2126 del Codice Civile, rappresenta un’importante garanzia per i lavoratori.

I Fatti di Causa

Il caso ha origine dalla richiesta di un operatore sanitario di un’Azienda Sanitaria Provinciale. L’operatore aveva partecipato a un progetto denominato ‘dialisi estiva’, finalizzato a garantire l’assistenza a pazienti dializzati in vacanza nella regione. Per questo servizio, svolto al di fuori del suo normale orario di lavoro, aveva richiesto il pagamento di circa 1.080,00 euro per l’annualità 2013.

Inizialmente, il Tribunale aveva emesso un decreto ingiuntivo a favore del lavoratore. Tuttavia, l’Azienda Sanitaria si era opposta e la Corte d’Appello, in riforma della prima decisione, aveva revocato il decreto. Secondo i giudici di secondo grado, il lavoratore non aveva fornito la prova dei requisiti necessari per le cosiddette ‘prestazioni aggiuntive’, una specifica categoria di lavoro extra nel settore sanitario che richiede un’apposita autorizzazione regionale e il possesso di determinate condizioni soggettive da parte del prestatore.

La Distinzione tra Prestazioni Aggiuntive e Lavoro Straordinario

Il cuore della controversia, e il punto centrale dell’intervento della Cassazione, risiede nella corretta qualificazione della prestazione lavorativa. La Corte d’Appello si era fermata alla constatazione che mancassero i presupposti formali per le ‘prestazioni aggiuntive’. La Cassazione, invece, ha adottato una prospettiva più ampia e sostanziale.

Gli Ermellini hanno chiarito che, anche se una prestazione non può essere inquadrata come ‘aggiuntiva’ per carenza dei requisiti di legge, essa non perde la sua natura di lavoro svolto oltre il debito orario. Di conseguenza, deve essere qualificata e retribuita come lavoro straordinario ordinario, a condizione che sia stata eseguita con il consenso, anche implicito, del datore di lavoro.

Il Ruolo Centrale dell’Art. 2126 c.c. e la tutela del lavoro

La Corte Suprema ha fondato il suo ragionamento sull’articolo 2126 del Codice Civile. Questa norma stabilisce il principio di effettività della prestazione lavorativa: il lavoro, una volta eseguito, deve essere retribuito, indipendentemente dalla validità del contratto o dell’incarico. L’unica eccezione riguarda le attività illecite, ipotesi palesemente estranea al caso di specie.

Questo principio assume un’importanza cruciale nel pubblico impiego contrattualizzato. Significa che la Pubblica Amministrazione non può, da un lato, beneficiare di una prestazione lavorativa extra e, dall’altro, rifiutarsi di pagarla adducendo irregolarità formali o procedurali che essa stessa avrebbe dovuto gestire correttamente. Il consenso del datore di lavoro, anche se non formalizzato secondo le procedure previste, è l’elemento sufficiente a far sorgere il diritto alla retribuzione per il lavoro straordinario.

Le Motivazioni

La Corte ha sottolineato che le norme della contrattazione collettiva che prevedono specifiche autorizzazioni per lo straordinario (spesso legate a ragioni di programmazione e controllo della spesa) non si pongono in contrasto con l’art. 2126 c.c., ma sono da esso integrate. Quando una prestazione è svolta in modo coerente con la volontà del datore di lavoro (cioè non insciente o prohibente domino), essa deve essere remunerata. La necessità di attribuire il giusto corrispettivo al lavoratore, in linea con l’art. 36 della Costituzione, prevale sul rispetto delle regole sulla spesa pubblica. Eventuali violazioni di queste regole potranno comportare una responsabilità per i funzionari che le hanno permesse, ma non possono ricadere sul lavoratore che ha legittimamente svolto il proprio compito.

Conclusioni

L’ordinanza in esame stabilisce un principio di equità e di tutela del lavoro di grande rilevanza pratica. Il dipendente pubblico che svolge ore di lavoro straordinario su richiesta o con l’assenso dei propri superiori ha diritto al relativo compenso, anche se l’iter autorizzativo non è stato perfetto o se mancano i presupposti per altre forme di remunerazione accessoria. La Corte cassa quindi la sentenza d’appello e rinvia la causa a un nuovo esame, che dovrà verificare l’esistenza del credito del lavoratore sulla base del superamento dell’orario di lavoro e quantificarlo secondo le tariffe per il lavoro straordinario previste dal contratto collettivo applicabile all’epoca dei fatti.

Un dipendente pubblico ha diritto al compenso per lavoro straordinario se manca l’autorizzazione formale prevista dalla contrattazione collettiva?
Sì, secondo la Corte di Cassazione, ha diritto al compenso purché la prestazione sia stata svolta con il consenso, anche implicito, del datore di lavoro. L’art. 2126 c.c. garantisce la retribuzione per il lavoro effettivamente prestato, e questo principio integra le norme contrattuali.

Qual è la differenza tra “prestazioni aggiuntive” e “lavoro straordinario” secondo la sentenza?
Le “prestazioni aggiuntive” sono una specifica categoria di lavoro extra nel settore sanitario, soggetta a requisiti formali stringenti come l’autorizzazione regionale. Il “lavoro straordinario” è, più in generale, qualsiasi attività svolta oltre l’orario contrattuale. Se mancano i requisiti per le prime, la prestazione va comunque considerata e pagata come il secondo.

L’ente pubblico può rifiutarsi di pagare il lavoro extra svolto adducendo il superamento dei limiti di spesa?
No. La Corte afferma che le regole sulla spesa pubblica non possono essere usate come ostacolo al pagamento di una prestazione lavorativa richiesta e svolta. Il superamento di tali limiti può determinare una responsabilità dei funzionari verso la Pubblica Amministrazione, ma non può pregiudicare il diritto del lavoratore alla retribuzione, tutelato anche dall’art. 36 della Costituzione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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