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Lavoro in malattia: quando il licenziamento è giusto

Un autista, in assenza per infortunio sul lavoro, viene licenziato dopo essere stato sorpreso a svolgere un’attività di noleggio con conducente. La Corte d’Appello conferma la legittimità del licenziamento, ritenendo che il secondo lavoro in malattia, essendo simile al primo, potesse ritardare la guarigione e violasse l’obbligo di fedeltà, ledendo il vincolo fiduciario con il datore di lavoro.

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Pubblicato il 15 gennaio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Lavoro in Malattia: Quando la Seconda Attività Giustifica il Licenziamento

Svolgere un lavoro in malattia è una questione delicata che si colloca al confine tra i diritti del lavoratore e i suoi doveri di correttezza e fedeltà verso il datore di lavoro. Non esiste un divieto assoluto di svolgere altre attività durante il periodo di assenza per malattia, ma la condotta del dipendente deve essere tale da non compromettere la sua guarigione e da non violare il vincolo fiduciario. Una recente sentenza della Corte di Appello di Lecce offre un chiaro esempio di come questi principi vengono applicati nella pratica, confermando la legittimità di un licenziamento per giusta causa.

I Fatti del Caso: Autista in Infortunio Sorpreso alla Guida di un NCC

Un lavoratore, assunto a tempo indeterminato come autista, si assentava dal lavoro a causa di un infortunio (un trauma al costato) che richiedeva riposo e terapia medica. Durante questo periodo di assenza, precisamente in una notte di agosto, veniva fermato dalla Guardia di Finanza mentre era alla guida di un veicolo adibito a noleggio con conducente (NCC).

Alle autorità, il lavoratore dichiarava di operare a chiamata per il proprietario del mezzo, pur essendo dipendente a tempo indeterminato di un’altra società. Quest’ultima, venuta a conoscenza dei fatti, contestava al dipendente di aver svolto un’attività lavorativa incompatibile con il suo stato di salute e potenzialmente in grado di ritardare la guarigione. Di conseguenza, la società procedeva al licenziamento per giusta causa, ritenendo irrimediabilmente leso il rapporto fiduciario.

La Decisione della Corte d’Appello e il Lavoro in Malattia

Sia il Tribunale in primo grado che la Corte di Appello hanno dato ragione alla società datrice di lavoro, rigettando le difese del lavoratore e confermando la legittimità del licenziamento. I giudici hanno stabilito che, sebbene non esista un divieto assoluto di svolgere altre attività durante la malattia, il comportamento del dipendente deve essere valutato attentamente.

Nel caso specifico, l’attività extralavorativa era sostanzialmente identica a quella per cui il dipendente era stato assunto (autista) e per la quale gli era stato prescritto riposo. Svolgere un’attività del genere, per di più in orario notturno, è stato considerato incompatibile con l’obbligo di agire in modo da non pregiudicare o ritardare il recupero della piena efficienza lavorativa.

Le Motivazioni: Violazione del Vincolo Fiduciario e Rischio per la Guarigione

La Corte ha basato la sua decisione su alcuni pilastri fondamentali del diritto del lavoro.

La Valutazione del Rischio “Ex Ante”

Un punto cruciale della sentenza è il concetto di valutazione “ex ante”. Per giustificare il licenziamento, non è necessario che il datore di lavoro dimostri che la guarigione sia stata effettivamente ritardata. È sufficiente provare che la condotta del lavoratore fosse potenzialmente idonea a pregiudicare il recupero. L’attività svolta costituisce un “illecito di pericolo”, non necessariamente di danno. Nel caso in esame, guidare un veicolo per trasporto persone era un’attività che poteva, anche solo in astratto, incidere negativamente sullo stato di salute del lavoratore, affetto da un trauma costale.

L’Irrilevanza della Natura dell’Attività Svolta

Il lavoratore si era difeso sostenendo di aver svolto l’attività come un “favore” e non in esecuzione di un contratto di lavoro a chiamata. Tuttavia, per i giudici, la qualificazione giuridica del rapporto (oneroso, gratuito, di cortesia) è irrilevante. Ciò che conta è l’attività extralavorativa in sé e la sua compatibilità con lo stato di malattia. La condotta è disciplinarmente rilevante quando, per sua natura, rischia di compromettere il rientro in servizio, a prescindere dal titolo per cui viene svolta.

Violazione degli Obblighi di Correttezza e Fedeltà

La sentenza ribadisce che durante la malattia permangono in capo al lavoratore gli obblighi di diligenza, fedeltà, correttezza e buona fede (artt. 2104, 2105, 1175, 1375 c.c.). Astenersi da attività che possono ritardare la guarigione è un preciso dovere, in quanto il dipendente deve agire per preservare l’interesse del datore di lavoro a un suo pronto rientro. Comportarsi in modo contrario lede irrimediabilmente il vincolo di fiducia, elemento essenziale del rapporto di lavoro.

Le Conclusioni: Cosa Imparare da Questa Sentenza

Questa pronuncia offre importanti spunti di riflessione. Per i lavoratori, emerge chiaramente che il periodo di malattia non è una “zona franca” in cui tutto è permesso. È fondamentale adottare un comportamento prudente e finalizzato al pieno recupero, astenendosi da qualsiasi attività che possa essere considerata incompatibile con la patologia dichiarata. Per i datori di lavoro, la sentenza conferma che è possibile sanzionare, anche con il licenziamento, condotte che, pur non causando un danno accertato, minano alla base la fiducia e mettono a rischio il rapido ripristino della capacità lavorativa del dipendente.

È sempre vietato svolgere un’altra attività durante la malattia?
No, non esiste un divieto assoluto. Tuttavia, l’attività extralavorativa non deve essere tale da pregiudicare o ritardare, anche solo potenzialmente, la guarigione e il rientro in servizio. La valutazione viene fatta caso per caso, considerando la natura della malattia e dell’attività svolta.

Per licenziare il dipendente, l’azienda deve provare che la sua guarigione è stata effettivamente ritardata?
No, non è necessario. Secondo la Corte, è sufficiente che la condotta del lavoratore sia potenzialmente idonea a pregiudicare il recupero. Si tratta di un illecito di pericolo: la sanzione è giustificata dal rischio creato, indipendentemente dal fatto che il danno (il ritardo nella guarigione) si sia poi concretamente verificato.

Conta se l’attività extralavorativa era un favore non retribuito?
No, è irrilevante. La sentenza chiarisce che la qualificazione dell’attività (lavoro, favore, attività gratuita) non incide sulla sua liceità. Ciò che conta è l’incompatibilità dell’attività stessa con lo stato di salute e con gli obblighi di correttezza e buona fede verso il datore di lavoro.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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