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Lavori Socialmente Utili: risarcimento per abuso

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 9410/2023, ha stabilito che i contratti derivanti da Lavori Socialmente Utili (LSU), se di fatto configurano un rapporto di lavoro subordinato, sono soggetti alla normativa europea contro l’abuso dei contratti a termine. La mera qualificazione formale di “assistenziale” non è sufficiente a escludere il diritto del lavoratore al risarcimento del danno per l’illegittima reiterazione dei contratti.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Lavori Socialmente Utili: Quando la Forma Cede alla Sostanza del Lavoro

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha riaffermato un principio cruciale nel diritto del lavoro pubblico: la qualificazione formale di un contratto non può prevalere sulla sua reale natura. Questo è particolarmente vero per i Lavori Socialmente Utili (LSU), che, sebbene nati con uno scopo assistenziale, possono trasformarsi in veri e propri rapporti di lavoro subordinato, con tutte le tutele che ne conseguono, inclusa quella contro l’abuso dei contratti a termine. Analizziamo questa importante decisione.

I Fatti del Caso: Da Progetto Sociale a Precariato Ventennale

Il caso riguarda un lavoratore impiegato per circa vent’anni presso un Comune attraverso una successione ininterrotta di contratti a termine. Il rapporto era inizialmente sorto nell’ambito di un progetto per Lavori Socialmente Utili, finalizzato alla stabilizzazione dei percettori di ammortizzatori sociali. Con il passare del tempo, le mansioni svolte dal lavoratore erano diventate ordinarie e necessarie per il funzionamento dell’ente, perdendo la connotazione assistenziale originaria.

Il lavoratore ha quindi agito in giudizio per ottenere il risarcimento del danno derivante dall’abuso di tale successione di contratti. La Corte d’Appello, tuttavia, aveva respinto la sua domanda, sostenendo che la legislazione regionale siciliana avesse creato una disciplina speciale per questi rapporti, escludendoli dall’applicazione della normativa generale sui contratti a termine (D.Lgs. 368/2001) e, di conseguenza, dalla direttiva europea 1999/70/CE. Secondo i giudici di secondo grado, la matrice assistenziale e sociale del rapporto ne impediva la qualificazione come un ordinario contratto di lavoro.

Lavori Socialmente Utili e la Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha ribaltato completamente questa visione, accogliendo il ricorso del lavoratore. Gli Ermellini hanno chiarito che, ai fini dell’applicazione delle tutele previste dal diritto dell’Unione Europea, non conta il nomen iuris (il nome formale) dato al contratto dalla legge nazionale o regionale, ma la sostanza del rapporto.

Se un lavoratore, pur provenendo dal bacino dei Lavori Socialmente Utili, svolge la sua prestazione in condizioni di subordinazione, rispondendo a esigenze stabili e ordinarie dell’amministrazione, il suo rapporto deve essere considerato a tutti gli effetti un rapporto di lavoro. Di conseguenza, la successione abusiva di contratti a termine deve essere sanzionata, anche se una legge regionale tenta di prevedere diversamente.

Le Motivazioni: Il Primato del Diritto Eurounitario

La motivazione della Corte si fonda sul primato del diritto dell’Unione Europea. La direttiva 1999/70/CE, recepita in Italia, ha lo scopo di prevenire e sanzionare l’abuso derivante dall’utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha costantemente affermato che la nozione di “lavoratore” e di “contratto a tempo determinato” ha una portata europea e non può essere svuotata da normative nazionali che creino categorie “speciali” per eludere le tutele.

La Cassazione sottolinea che la finalità politico-sociale di superare il precariato tramite percorsi di stabilizzazione, come quelli previsti per gli LSU, non può giustificare la violazione dei principi fondamentali posti a tutela dei lavoratori. Pertanto, il giudice nazionale ha il dovere di verificare in concreto le modalità di svolgimento della prestazione. Se emerge che il rapporto, al di là del suo inquadramento iniziale, è di natura subordinata e risponde a esigenze durevoli della Pubblica Amministrazione, scattano le tutele contro l’abuso, compreso il diritto al risarcimento del cosiddetto “danno comunitario”.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche per Lavoratori e Pubbliche Amministrazioni

Questa ordinanza ha implicazioni significative. In primo luogo, stabilisce che le Pubbliche Amministrazioni non possono nascondersi dietro la natura “speciale” o “assistenziale” dei programmi per Lavori Socialmente Utili per reiterare all’infinito contratti a termine senza incorrere in sanzioni. In secondo luogo, offre una tutela concreta ai lavoratori che, per anni, hanno garantito servizi essenziali pur rimanendo in una condizione di precarietà.

Anche la successiva stabilizzazione, sebbene sia una misura riparatoria, non esclude automaticamente il diritto al risarcimento per il periodo di precariato subito. Il giudice di rinvio dovrà infatti accertare se esista una stretta correlazione causale tra l’abuso commesso dall’ente e la procedura di stabilizzazione che ha portato all’assunzione a tempo indeterminato. In assenza di tale nesso diretto, il diritto al risarcimento del danno per il passato rimane integro. La sentenza rappresenta un monito per le amministrazioni e una speranza per migliaia di lavoratori precari.

Un lavoratore assunto nell’ambito dei Lavori Socialmente Utili può essere tutelato contro l’abuso di contratti a termine?
Sì. Secondo la Corte di Cassazione, se il rapporto di lavoro, al di là della sua qualificazione formale, presenta in concreto le caratteristiche del lavoro subordinato (svolgimento di mansioni ordinarie, rispetto di direttive, etc.), si applicano le tutele previste dalla normativa europea contro l’abuso dei contratti a termine, incluso il diritto al risarcimento del danno.

Una legge regionale può escludere l’applicazione delle tutele europee per i contratti a termine?
No. Una normativa nazionale o regionale non può creare una categoria di contratti “speciali” al fine di eludere l’applicazione della direttiva europea 1999/70/CE. Il principio del primato del diritto dell’Unione Europea impone al giudice nazionale di disapplicare la norma interna contrastante e di valutare la sostanza del rapporto di lavoro.

Se un lavoratore precario viene stabilizzato, perde il diritto a chiedere il risarcimento per il precedente abuso di contratti?
Non necessariamente. La stabilizzazione è considerata una misura riparatoria, ma il diritto al risarcimento può essere escluso solo se vi è una “stretta correlazione” tra l’abuso commesso dall’amministrazione e la successiva assunzione a tempo indeterminato. Il giudice deve verificare se la stabilizzazione sia l’effetto diretto e immediato della condotta abusiva. In caso contrario, il lavoratore conserva il diritto a essere risarcito per il danno subito durante il periodo di precariato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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